domenica 7 luglio 2013

Una treccia che più russa non si può...

Nessuno sa perché questa splendida, deliziosa treccia brioche sia chiamata treccia russa.
L'origine del nome, come per moltissime altre ricette, è sconosciuta, e sulla questione sono nate le più fantasiose congetture, tutte rivelatesi false, ovviamente.
Nessuno sa che questo dolce nasce da una storia d'amore, avvenuta chissà quanti secoli fa, in quella che oggi chiamiamo Russia...

Una volta, in quel paese sconfinato v'erano miriadi di minuscoli villaggi, alcuni poco più che una decina di case, spesso al limitare di fitte e oscure foreste piene di esseri minacciosi.
In uno di questi villaggi viveva un tempo una giovane ragazza dall'aspetto leggiadro e dai modi gentili, di nome Vasilisa, che abitava in una piccola izbà proprio vicino a un bosco fitto fitto di alte betulle.
Sua madre era morta anni prima e il padre, che faceva il boscaiolo, dal dolore aveva cominciato a bere e passava la maggior parte del tempo ubriaco, imprecando verso la figlia, quando aveva la ventura d'essere sveglio.
La ragazza, che era un tipo mite, cercava allora di uscire di casa e, presa da mille foschi pensieri, si inoltrava nel bosco col suo cesto, che sperava di riempire di bacche e funghi da poter poi vendere in paese. Spesso cucinava anche qualche dolcetto con i pochi ingredienti che le donavano le persone del posto, e che poi amava regalare alle poche persone più povere di lei.
Una di quelle volte che il padre, oltre a essere ciucco rischiava di essere anche violento con la figlia, questa si allontanò nel bosco che conosceva bene fin da quand'era piccola, e che le donava sempre quel poco che permetteva loro di vivere. 
Era immersa nei suoi pensieri più tristi e scuri, quel giorno, e non si accorse di essere rimasta nel bosco fino a sera. Il sole stava per tramontare e già l'intrico di alberi altissimi era immerso nella luce grigia del crepuscolo.
All'improvviso  sentì dei versi strani, come se due animali stessero litigando.
- Scendi, tanto sei ferita Vieni giù e mi ti mangio. Non soffrirai, te lo prometto.
- Col cavolo! Ho preso solo una storta alla zampa, imbecille! Vai a rompere l'anima a qualcun altro!
Una civetta, irosa ma tremante di paura stava sul ramo basso di un albero e una volpe, con la schiuma alla bocca dalla fame, stava cercando di divorarsela.
Vasilisa conosceva molto bene gli animali della foresta ma questa era la prima volta che riusciva a capire il loro linguaggio. 
Non stette a pensarci molto e, preso un sasso da terra, lo lanciò verso la volpe affamata, che schizzò via imprecando verso "quell'umana cretina e impicciona".
Restò presso l'albero per assicurarsi che la volpe se ne fosse andata davvero e poi, rivolta alla civetta, le disse:" Stai bene?". Si sentiva un po' stupida a parlare con un volatile; cosa credeva che le rispondesse, quella?
Invece la civetta strizzò gli occhioni gialli, piegò la testa di lato e le rispose davvero: ""Insomma...  - Le fece. - Oggi non è proprio giornata. Prima i topi che con la luna piena mi vedono dall'alto, poi la zampa ferita e, infine, quella maledetta volpe! E meno male che sei arrivata tu, altrimenti mi avrebbe fatta a pezzi!"
"Hai fame? Vuoi un pezzetto di pane?..." Gli fece Vasilisa.
La civetta fece una smorfia di disgusto che durò un secondo. Non le piaceva per niente il pane, lei preferiva i piccoli topi che catturava al volo, ma non osava chiedere alla ragazza se nel paniere avesse anche un topo.
"La zampa guarirà presto, non sembra rotta. Vieni qui. - E detto questo prese delle foglie di un'erba che formava un cespuglio alto fitto ai piedi di un albero. - Questa dovrebbe andare bene."
E messe un paio di foglie in bocca le masticò facendone una poltiglia che spalmò sulla zampa della civetta, che ora sembrava anche schifata, ma non osava farsi uscire neppure un fiato.
"Oltre alla volpe anche la scema del villaggio, questa sera! - Pensò tra sé l'uccello, chiudendo gli occhi. - "L'avevo detto io che non era giornata..."
Ma mentre pensava questo sentì un calore benefico alla zampa, e con stupore si accorse che riusciva a muoverla come sempre. Era guarita all'istante!
Ma tu sei forse la figlia dela Baba-Yaga? No, perché mi ci manca solo questo, oggi. È da un mese che mi cerca, la stregaccia malefica. Mi vuole spennare!"
"E perché mai?" - Le chiese Vasilisa.
"Pare che le penne di una civetta nata il giorno dell'equinozio siano molto ricercate dalle vecchie streghe come quella! E indovina in che giorno sono nata? Ecco... Ma tu, piuttosto, cosa cerchi nel bosco?"
"Io... sono disperata, e non so come fare!.. - Vorrei andarmene da casa, sposarmi e andarmene via di qui!" - E iniziò a piangere sommessamente.
"Sei innamorata di qualcuno?" - Le chiese la civetta, così, tanto per parlare. Si sentiva sempre a disagio di fronte alle espressioni di dolore. Sarebbe volata via se non si sentisse in debito con la ragazza.
"Sì, ma Dimitri non mi guarda nemmeno..." E ricominciò a piangere, stavolta più forte.
"No, no, non piangere, su, su. C'è sempre una soluzione a tutto" - Ma non era poi così convinta.
"Dici davvero?.." Fece Vasilisa con gli occhi colmi di lacrime.
"Ma certo! Fammi pensare... Ma sì! Che cretina che sono! Lei, di certo, potrà aiutarti!"
"La Baba-Yaga dici?"
"Proprio lei! Senti, mi hai aiutato a scacciare la volpe e mi hai guarito la zampa. Ti devo un favore.." - E dicendo così, si strappò tre penne dal sedere, quelle lunghe e belle, e, con  gli occhioni che le lacrimavano dal dolore, le porse alla ragazza.
"Tieni, queste saranno un regalo gradito per la Baba-Yaga, vedrai. Non ho certo intenzione di farmi spennare da lei, ma almeno questo te lo devo. Dagliele e vedrai che troverà un modo dei suoi per cavarti d'impaccio. Dài, prendile, mica mordono!"
"Grazie, civetta, non so proprio come..." - Ma la civetta, che sopportava gli esseri umani meno delle volpi, era già volata via.
Vasilisa , con le tre penne nella mano, guardò in lontananza, e le parve di scorgere una lieve luminescenza lontana lontana.
"Devo andare adesso. - Si disse. - Non posso perder nemmeno un minuto!"
E si incamminò nel bosco in direzione di una casa che tutti, nel villaggio, cercavano accuratamente di evitare.
Dopo due ore di cammino vide che non s'era sbagliata: era davvero la capanna della Baba-Yaga, la strega del bosco. La casetta poggiava su tre zampe di gallina e si muoveva in continuazione su se stessa, segno che la stega era in casa e stava preparando uno dei suoi temibili malefici.
Col cuore in gola Vasilisa decise di affrontare le sue paure,e bussò alla porticina di legno.
"Chi è?" - Fece una voce orribile, gracchiante e sgraziata. Proprio la voce di una strega...
"Sono Vasilisa..." - E non fece in tempo a finire la frase che la porticina si aprì e un gatto, enorme, di pelo rosso, la invitò ad entrare.
"Su, vieni, che Lei ha le mani occupate e non ti può dar retta. Entra! Che c'è, non hai mai visto un gatto?"
"No, no... Buonasera..."
"A te, cara. Siediti pure... per terra. Non ho sedie, non ne ho mai usate. E siccome non viene mai nessuno a trovarmi non penso mai di tenerne almeno una per gli eventuali ospiti..."
"Signora, le si attacca la pozione... Faccia attenzione." - Esclamò il gattone rosso, con gli occhi al cielo.
""Cos'è che cerchi da me, tesoro bello? No, non compro mirtilli, e nemmeno funghi. Ah, ah... Ma se solo potessi avere quella civetta! Maledetta, non riesco a catturarla!. Neppure la volpe c'è riuscita!"
Vasilisa si guardò bene dal dirle che l'aveva scacciata a sassate. Non si sa mai...
"Signora.. Ho una cosa da chiederle..." E indugiando un po' all'inizio ma poi facendosi coraggio, disse alla strga qual'era il suo problema. Poi le porse le tre penne della civetta.
A quella vista gli occhi cisposi della vecchia si accesero come braci. Prese le tre penne, le accarezzò piano e poi, guardando la ragazza le chiese: "Ho bisogno dei tuoi capelli, Vasilisa."
"I... miei... capelli?..." La ragazza era esterrefatta. Aveva una lunga treccia bionda che tutte le ragazze le invidiavano, e forse anche Dimitri ne era affascinato, anche se non lo dava a vedere.
"Sì, la tua bella treccia... Ma non preoccuparti, non ti farò del male."
"Io... io... non so se..."
"Ma vuoi davvero il tuo bel Dimitri? Vuoi che ti ami e ti porti via? Allora devi darmi la tua treccia, cara. È indispensabile per la riuscita del sortilegio!"
Il gattone rosso, seduto accanto al caminetto faceva l'indifferente e si leccava la zampa. Ogni tanto la guardava di sottecchi, ma non diceva nulla.
"Va bene, se proprio devo..."
La vecchia non se lo fece dire due volte. Prese un enorme coltellaccio affilato e, afferrando la treccia di Vassillissa, la recise all'attaccatura della testa.
"Bene... Ora prendi questo e conservalo nella tasca sinistra per una settimana." - E le porse un disco di metallo con delle strane incisioni. - "Vedrai che otterrai tutto quello che vorrai, mia cara."
La strega pareva presa da una strana euforia.
Vasilisa la ringraziò e, in tutta fretta, uscì da quella capanna e corse via per il bosco, verso casa.
Quando arrivò a casa il padre non la sentì nemmeno rientrare, era troppo ubriaco. Si tolse la veste e si coricò, stremata per la giornata emozionante e, per la prima volta dopo tanti e tanti anni, s'addormentò con un sorriso di speranza.
Il giorno dopo cercò di star fuori casa tutto il giorno e chiese al fornaio se potesse farla lavorare da lui per qualche tempo, per guadagnare quel po' di denaro che serviva per mantenere se stessa e il padre.
Dopo una settimana era già brava a preparare il pane e il fornaio era davvero contento d'avere un'apprendista così brava. Le chiese anche di preparare qualche dolce da vendere in paese, visto che le riusciva tutto così bene. Sicuramente non l'avrebbe delusa.
Infatti ebbe ragione. I biscotti di Vasilisa erano i più fragranti di tutte le Russie, nessuno avrebbe creduto che a preparare quelle focaccette non era il vecchio fornaio ma proprio lei, Vasilisa la bella.
La settimana passò in un lampo e la giovane non sapeva da quale segnale si sarebbe accorta dell'efficacia del sortilegio. Dimitri l'avrebbe chiesta in sposa? L'avrebbe portata via, lontano, oltre i cento e cento boschi, magari in una di quelle città di cui lei aveva solo sentito parlare?
Quel giorno nel forno entrò Dimitri insieme a un suo amico e quando vide che dietro il banco c'era Vasilisa arrossì fino alle orecchie. Era così carino Dimitri, con quella pelle chiara chiara e gli occhi verdi...
Dall'emozione Vasilisa fece un movimento brusco e il fazzoletto che teneva in testa le cadde a terra.
Quando Dimitri vide che la bella Vasilisa non aveva più la sua lunga treccia bionda la sua espressione cambiò. Sembrò imbarazzato, farfugliò qualcosa di incomprensibile e uscì in fretta e in furia.
La ragazza restò impietrita e capì d'essere stata raggirata dalla vecchai strega.
Prese il talismano di metallo e lo scagliò con furia nel pozzo, piangendo di rabbia e maledicendo la stupidità di Dimitri ma, soprattutto, la sua dabbenaggine. 
Che stupida era stata a fidarsi di quella babbiona! Oh, che rabbia, che rabbia!
Si chiuse nel laboratorio e iniziò a impastare e impastare, e più impastava più la rabbia gli passava via dalle mani e dava energia all'impasto, che si faceva sempre più sodo ed elastico.
Alla fine si mise a ridere tra sé, alzò le spalle e, con un sospiro liberatorio, mise a lievitare quel che stava preparando.
Il vecchio fornaio, che aveva capito tutto, le si fece vicino, come il nonno che lei non aveva mai conosciuto e con un sorriso le chiese, piano, se volesse preparare un dolce particolare per il mattino dopo. 
Venivano altri fornai dai paesi vicini, a visitarlo, e voleva far bella figura offrendo loro qualcosa di nuovo e di gustoso. Vasilisa lo guardò negli occhi e gli disse che non l'avrebbe deluso.
Quella notte dormì in laboratorio per trarre ispirazione. Iniziò a ricordare tutti i dolci che aveva assaggaito in vita sua, quelli di cui aveva solo sentito parlare, e quelli che le venivano all'improvviso nella mente se pensava a qualcosa di buono, morbido e dolce.
Il mattino dopo stese la pasta, la cosparse di dolce crema e la avvolse su se stessa, quindi la taglio per la lunghezza e ne intrecciò i lembi ottenuti. Mise la treccia a lievitare ancora e quindi la mise a cuocere.
Tutto il paese si svegliò con l'odore celestiale di quel nuovo manicaretto.
Tutti si affacciavano nel laboratorio del fornaio per chieder cosa mai stesse cucinando Vasilisa di così buono ed invitante.
Il fornaio ridacchiando, disse a tutti che era una sorpresa e che presto, molto presto, lo avrebbero scoperto da soli. Sapeva che così avrebbe accresciuto la loro curiosità, e ne era compiaciuto.
In paese c'è così poco di cui occuparsi!...
Quando vennero gli alri fornai,il vecchio li invitò a sedere e offrì loro quello che aveva preparato con le sue mani.
Gli ospiti erano soddisfatti ma non sembravano sorpresi: erano le stesse focacce di sempre, con lo steso tipo di ripieno, gli stessi pani con il latte, le noci e le verdure di quella terra. Cose buone, sì, ma già viste.
Poi entro lei, Vasilisa, che per l'occasione aveva indossato il vestito più bello che avesse e il copricapo delle feste. 
Era luminosa come il sole di  primavera, bella come Živa, e recava tra le mani un vassoio carico di un dolce mai visto: un'enorme treccia di pane dolce, cosparsa di zucchero macinato fino fino e il profuno che si spandeva per l'aria faceva rimanere tutti a bocca aperta.
Il vecchio fornaio aveva il cuore gonfio d'orgoglio per quello che la sua pupilla era stata in grado di fare, e gli altri fornai erano troppo sorpresi e riuscivano solo a mormorare spezzoni di parole,
La bella Vasilisa tagliò delle fettine di dolce e un profumo più dolce del miele si sparse per l'aria come un'invisibile nube di piacere.
Quando offrì il suo dolce agli ospiti questi restarono sorpresi dalla morbidezza e dalla dolcezza di quel pane. Nessuno, mai prima d'allora, aveva mai assaggiato una cosa del genere.
Il più giovane dei fornai, il bell'Aleksej, era incantato dalla grazia di Vasilisa, e non riusciva a toglierle gli occhi di dosso.
La ragazza, allora, che non sopportava essere guardata in quel modo e poi delusa, com'era accaduto il giorno prima, posò sul tavolo il vassoio con il dolce e per salutare gli ospiti, si tolse il copricapo ricamato.
Pensava di ottenere la stessa reazione che aveva avuto Dimitri lo sciocco e rimase sopresa nel vedere che tutti erano invece contenti di aver conosciuto una donna così brava nell'Arte Bianca, una che potessero considerare loro pari, e che nessuno faceva caso alla lunga treccia bionda mancante.
Tutti erano stregati dai modi e dalla grazia di Vasilisa, e il giovane Aleksej ne era addirittura rapito. 
Il vecchio fornaio, allora, capì che la magia s'era realizzata davvero, ma non grazie al sortilegio della Baba-Yaga ma solo grazie alla grazia e alla maestria della bella Vasilisa.
E sapeva che tra tutti quei fornai, uno di loro sarebbe tornato presto, molto presto.

La capanna della Baba-Yaga non spaventa più gli uomini e gli esseri del bosco: è sparita e nessuno sa dove sia finita.
Voci di mercanti (e voi credete forse alle voci dei mercanti?) riportano di una strana donna, bellissima, con una lunga treccia bionda, che si aggira per le grandi città sottobraccio a un giovane un po' grassoccio di pelo rosso. 
Sembra ricchissima ma non è una nobile e non si sa da dove venga davvero.
Senza dubbio è una delle donne più affascinanti di tutte le Russie...

Treccia russa
Le dosi sono la metà di quelle di una Pasta brioche, che già conosciamo. Occorrono, quindi:
300-400g  farina
100ml        latte
12g             lievito di birra (mezzo cubetto)
50g             zucchero
50g             burro pomata
1                 uovo
1 pizzico di sale
Per la farcitura:
50g             zucchero
50g             burro pomata 

Come ogni pasta lievitata si segue il solito iter delle fasi di lavorazione e lievitazione:
Fase 1) - Lievitino
Si scioglie il lievito in poco latte e impasta velocemente con la farina necessaria per creare una pallina morbida.
S lascia lievitare al coperto per circa 30', o almeno fino al raddoppio.

Fase 2) - Impasto
In una ciotola si uniscono gli ingredienti al lievitino, lavorando con forza fin quando l'impasto si stacchi dalle pareti del recipiente.
Rovesciare quindi sulla spianatoia e lavorare bene, stirando e battendo, fino ad ottenere un impasto elastico ed omogeneo.
Mettere nella ciotola unta d'olio e lasciar lievitare, coperto e al riparo dalle correnti d'aria, per un almeno paio d'ore, ovvero fino al raddoppio del volume.

Fase 3) - Lavorazione
Formare un rettangolo di 30 cm per 50 cm.
Farcire con una crema composta da 50g burro e 50g di zucchero.

Arrotolare la pasta e tagliare un pezzo di circa 3cm, che terrete da parte. Tagliare ora il rotolo per la lunghezza, fermandosi a circa 2 cm dall'altra estremità.


Girare verso l'alto il pezzo finale ed intrecciare i due lembi torcendoli su se stessi.


Mettere la treccia nello stampo mettendo alla fine il rotolino tagliato in precedenza che formerà una rosa.
Si può anche fare a forma di ciambella: tagliare a metà il rotolo per la lunghezza ma non fino in fondo e metterlo a circolo nello stampo in modo da lasciare verso l'alto la parte tenuta unita dello strufolone, la nostra rosa.

Fase 4) - Cottura
Infornare in forno caldo (i classici 180°) per circa 20 minuti, dopo i quali decidere se proseguire almeno fino a ottenere una doratura completa.


Spolverare con dello zucchero a velo...


... e far fuori prima che arrivino gli altri fornai dai quattro angoli della Russia!


 
Detto russo del giorno 
За двумя зайцами погонишься, ни одного не поймаешь    
Se rincorri due conigli non ne acchiappi nessuno

Oggi ascoltiamo
Andrea Mingardi - Il volo di Volodja

http://www.youtube.com/watch?v=Uua17qxcNew
da un disco imperdibile pubblicato dal Club Tenco nel 1993 in occasione della consegna postuma del Premio Tenco al cantautore russo. Brani di Vysotsky cantati in italiano da Milva, Andrea Mingardi, Angelo Branduardi, Giorgio Conte, Cristiano De André, Eugenio Finardi, Roberto Vecchioni, Vinicio Capossela, Ligabue, Francesco Guccini, Paolo Rossi e Marina Vlady.

Un commento di Gaino Castaldo
(...) Stilisticamente Vysotsky è al centro della cultura russa. È stato forse il più grande poeta
popolare russo dell’era Brežneviana. E non è secondario che abbia usato proprio la canzone come forma privilegiata della sua espressione. Sappiamo bene come anche in occidente la musica popolare abbia riempito ed esaltato a suo modo lo spazio della poesia. Ma con delle ovvie differenze. A quello che spesso può risultare superficialmente come un impoverimento del linguaggio dei versi, fa riscontro la musica, che aggiunge significati e che crea una diversa unità linguistica. È il potere della canzone.
Grazie a questo Vysotsky ha potuto comporre versi a volte semplici ma carichi di fortissime suggestioni, ha potuto usare il linguaggio più quotidiano, più comprensibile alle masse, elevandolo a livello di poesia musicale. Ma rispetto al cantautore occidentale, Vysotsky ha assolto una funzione in più, che potremmo definire da menestrello, nel senso più antico enobile del termine. In un paese così vivo, così ricco di sentimenti e slanci culturali, ma così assurdamente imbrigliato dal potere, Vysotsky ha svolto una funzione di raccordo, di racconto, di voce popolare, dando corpo e sostanza al sentimento collettivo, e
permettendo che questo sentimento circolasse liberamente nella popolazione attraverso le sue canzoni che diventavano immediatamente patrimonio di tutti. Al linguaggio burocraticamente popolare del
regime opponeva l’infinita ricchezza del popolare autentico.
leggi tutto qui

6 commenti:

  1. iomilanese-laura7 luglio 2013 19:07

    Secondo te, Riccardo, treccia che non è dolce ma profumata e morbidina, soppressa veneta, (ma che non senta dire soppressata che mi imbizzarrisco) e un calicetto, tutti insieme contribuiscono all' hora feliz?ancora cerea, ma per poco lau

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    Risposte
    1. Laulau, la soppressa veneta, ma anche la soppressata, la coppa romana (quella preparata con la testa della divina bestia) e la parmense, la nduja, la pancetta, il preciutto di Parma (o di qualsiasi altra parte sia), il culatello e il salame in tutte le sue declinazioni regionali, aiuta non solo solo all'hora feliz, ma contribuisce al riappacificamento di Adulto, Genitore e Bambino, e in maniera più profonda dell'Io, l'Es e quel rompicojoni del Super-io .
      A patto che il tutto sia debitamente accompagnato da un bell'esemplare di pane italiano (quello morbido e rude e finanche sciocco e con la sua scorzetta scrocchierella, non quella fregnamoscia d'oltralpe...), da un cacio (e qui mi si strozza la voce dalla commozione e non so contiunuare...) e un bel bicchierozzo, o calice o tazza o manigiunte di uno dei nostri vini più soavi, a scelta (e ce n'è!)
      Allora si che potremo finalmente dire, con un sorrisetto ebete sulla faccia e le papille in fermento tutte, che la felicità non esiste, è vero, ma ci stiamo impegnando a costruirla.
      Ciauuu

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  2. iomilanese-laura7 luglio 2013 21:45

    "Formare un quadrato di 30 cm per 50 cm" io sono quella con la sintassi folle (tua def) ma tu con la geometria come sei messo? A dieta, eh...ma durissima, però. 'notte. lau 2 la vendetta

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    1. Oddio(si fa per dire) è vero!... Ah ah ma che me so magnato? Correggo...

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  3. iomilanese-laura8 luglio 2013 22:22

    chissà se mi perdonerai, Riccardo? se capirai che un eccesso di ph mi ha fatto notare una tua nanosvista, su un testo così prezioso, articolato, interessante e documentatissimo. E via...solo una "capra-capra-capra" che poi però è capace di queste raffinatezze "SEI euro per 250 grammi per quegli anelli ovali intrecciati d'amore, ahò diciamo a mi "ma è pasta! a dodici euro al kg". Ecco a mi i conti li sanno fare corretti, e oggi passando proprio davanti alla bottega di quei ladri mi sono ripetuta " ma dài, 6 euro per 250 grammi, ma sono matti a venderla a VENTIQUATTRO euro al kilo. Ventiquattro, capra ignorante"!!!!!!!!!!!!!!!!!!! L'ho pensato e immediatamente ho visualizzato con orrore e un po' di vergogna le righe scritte qui. Alle quali tu, con eleganza vera, non hai dato seguito. Chapeau, ovvio.lau

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  4. Sai che c'è, Tesora mia? Sviste o non sviste rimangono sempre dei ladri. A 24, 12 o anche 9 euri al chilo. Sempre ladri sono, e non cambiava certo l'anima del discorso...
    E non dire mai più, te ne prego "capra-capra-capra" che mi fa venire in mente un essere abominevole più ladro di quei commercianti che hai citato tu...
    Notte notte
    R

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