venerdì 25 luglio 2014

Patina Urticarum - Sformato di ortiche


Spesso in natura il primo approccio con l'Altro è fastidioso, se non proprio doloroso.
Non parlo dei predatori, i canidi, i felidi o i selachimorfi; ovvero quelle belve talmente ben attrezzate da millenni d'evoluzione da risultare vere e proprie macchine da guerra.
Parlo degli esseri che senza la loro corazza, gli aculei, gli strumenti di dissimulazione o un aspetto esagerato e spaventoso, sarebbero inermi e in balia delle prime fauci di passaggio.
Tutti gli ammenicoli che rendono un mucchietto di pelle e occhi un complicato marchingegno medievale si sono sviluppati solo per proteggere una creatura delicata, un esserino che altrimenti soccomberebbe all'istante.
Le tartarughe, i ricci, l'istrice, l'echidna...
l'elenco potrebbe andare avanti per pagine intere.
E nel mondo vegetale, guarda un po', è sempre la favolosità ad essere protetta da corazze o spine aguzze e pericolose.

Ah, le noci d'oro oleoso...
Ah, le rose di velluto inebriante...
Ah le more dal sapore di sole...
L'ortica, invece, così umile e scontrosa da sembrare quasi perniciosa, è spesso ingiustamente vituperata solo perché s'ostina a proteggere con le sue fastidiose vescichette - appunto... urticanti - un tesoro apparentemente inesistente.
Apparentemente, però...
Se nella medicina popolare le proprietà stimolanti delle sue foglie sono da sempre state usate nei casi in cui servisse un "controirritante" (1), in cucina sono presenti in molte preparazioni.
È una pianta spontanea, che ha bisogno davvero di poco per crescere e moltiplicarsi.
C'è poi chi se la ritrova nel terrazzo, e invece di trattarla come pianta infestante la coltiva con dedizione.
Anche perché è l'unica che resiste egregiamente a qualsivoglia pollice grigio...
Ah, un consiglio: passeggiata in campagna con annesso pranzetto "al sacco" o all'osteria fuori porta?
Portarsi sempre dietro un bustone e dei guanti da giardinaggio (o anche un paio di quelli in lattice), per poter così raccogliere agevolmente la nostra amata piantina e farsene una sporta.

Questa è una ricetta tratta da De re coquinaria di Apicio, il Gran Ghiottone Magno dell'antica Roma.
Chi meglio di lui?
La ricetta originale dice:
Prendi le ortiche, lavale, scolale, falle asciugare su una tavola e poi tagliale a pezzetti. 
Trita 10 scupoli di pepe, bagna con il liquamen e frega bene contro le pareti di mortaio il composto. 
Poi aggiungi 2 ciati di liquamen e sei once d’olio e fa bollire in pentola. 
Dopo che ha bollito mettila a raffreddare. 
Ungi d’olio una teglia, sbatti 8 uova e aggiungi le ortiche. Si sistema nella teglia e si pone con cenere calda sia sotto che sopra (il coperchio).
Apicio - De re coquinaria

Bene, e... che d'è 'sto liquamen?
Non sarà mica...? Ebbene sì...
Liquamen era la parola comune per "salamoia", e poteva essere realizzata utilizzando diversi aromi.
Era considerato liquamen anche il famigerato garum (2), la poltiglia di pesce macerato che i Romani usavano come la salsa Worchester, se non di più. 


Patina Urticarum - Sformato di ortiche
È un piatto che si può realizzare anche con la bieta e con gli spinaci, anche se questi non erano conosciuti dai Romani.
500 g  ortiche
4         uova
5 g      pepe
2 acciughe, anche in pasta, oppure 4 cucchiai di nuoc-nam (3)
4 cucchiai d’olio
Per una teglia da 20 centimetri possono bastare anche 300 g di ortiche e 3-4 uova.
Preparare la salamoia: sciogliere le acciughe in poco olio e pochissimo aceto.
Non sarà lo stesso liquamen dei Romani, ma non credo che se ne adonterebbero...
Scegliere le foglie meno coriacee della pianta, lavarle, scolarle e tagliarle a pezzi, unire il pepe, la salamoia, e far bollire.
Una volta freddate unirle alle uova sbattute, e versare il composto in una teglia unta d'olio.
Si può cuocere in forno o sulla brace, coprendo con le braci anche il coperchio del testo, alla maniera antica.
L'ideale è però cuocerla in forno a bagnomaria, come per la crême caramel, mettendo la teglia parzialmente  immersa in acqua in un recipiente più grande.
In tal caso ci vorrà circa un'ora a 150°.

Detto romano del giorno
A 'sto monno tutto pò stà forché l'omo gravido.

Oggi ascoltiamo
Jeff Buckley & Elizabeth Fraser - All Flowers In Time Bend Towards The Sun 

https://www.youtube.com/watch?v=JnPvnIKCJYA

NOTE
1) Da Wiki: "Nella medicina popolare queste piante hanno trovato impiego sin dagli antichi Egizi. Le applicazioni sfruttano le proprietà stimolanti e irritanti dei peli, e includono il trattamento di anemie, reumatismi, artriti, eczemi, asma, infezioni della pelle e dolori intestinali, oppure tradizionalmente impiegate come shampoo o contro le emorroidi. L'uso medicinale di U. dioica e U. urens è stato scientificamente comprovato contro artriti, reumatismi, riniti allergiche e per il trattamento dell'ipertrofia prostatica benigna."
2)  Il garum era una salsa ottenuta dalle interiora di pesce, mescolate con sale e spezie (fino a 16 spezie diverse) e messe a macerare al sole per 65 giorni. Il liquido ottenuto si filtrava, ottenendo la parte migliore e cioè il garum, mentre la rimanente parte solida era l'allec, una salsa secondaria.
All'epoca esistevano diversi tipi di garum, e non si condiva impunemente ogni cosa con la prima salsa che si avesse sotto mano. Per l'insalata, infatti, se ne usava un tipo molto delicato e che, secondo Plinio il Vecchio, aveva "il calore del miele ed è così buono che può essere bevuto in bicchierini".
3) Il nuoc-nam è una salsa indocinese molto simile al garum.

giovedì 17 luglio 2014

Orecchiette affumicate

Bisogna festeggiare, ogni volta.
Ogni volta che succede qualcosa di bello, anche se non è imprevisto.
Anzi, proprio per quello.
Ogni volta che s'aggiunge un piccolo segno positivo sul tornaconto della vita.
Ogni volta che dobbiamo dar man forte a quella parte di noi che vuole vivere con gioia, nonostante le brutture del mondo, la follia dilagante e l'assenza di senso.
Non serve molto, eh? Quel tanto che ci riconfermi la gioia d'esser vivi.
Una mezz'ora al parco, a piedi nudi sull'erba.
Una bevuta d'acqua fresca a uno dei tanti "nasoni" che costellano le vie di Roma.



Un assaggio a qualcosa che ci incuriosce. Magari dei sapori nuovi.
Cambiare la solita strada fatta tutti i giorni, anche solo di pochi passi.
Piccoli gesti quotidiani di manutenzione dello spirito.

E a pranzo qualcosa di semplice, tanto per non fare il solito piatto di pasta a tirar via, in fretta e furia, mangiato con l'imbuto.
Magari delle...


Orecchiette affumicate
Per due (sì, magari!...)
250 g    orecchiette
200 g    pomodorini ciliegino, magari quelli piccini piccini
30 g ca.    salmone affumicato
1 generoso spicchio d'aglio
olio, sale, pepe e timo q.b.
Mentre le orecchiette cuociono (di solito ci vogliono 12-15 minuti) preparare il condimento.
Tritare l'aglio e farlo imbiondire in un tegame un paio di cucchiai d'olio.
Aggiungere i pomodorini tagliati a metà, o in quattro se sono un po' grossotti, e cuocerli per qualche minuto.
Non troppo, però: devono solo appassire.
Salare, aggiungere una spolverata di timo e spegnere la fiamma.
Quando le orecchiette saranno cotte scolarle e versarle nel tegame, aggiungere il salmone tagliato a striscioline sottili e mescolare bene.
Il salmone non deve cuocere, ma solo saldarsi col calore della pasta.
L'ingrediente di questo piatto è, senza alcun dubbio, l'aglio.
È lui il sole sulfureo attorno al quale ruotano come pianeti i sapori degli altri ingredienti.
C'è infatti il pianeta Ciliegino, dolce, aspro e terroso, che ricorda la Sicilia e il profumo del Mediterraneo in un giorno d'estate.
C'è il pianeta Salmone, snob e sfacciato come una foto di Robert Mapplethorpe, all'inizio discreto e poi quasi sguaiato, uno che, come si dice a Napoli "Trase e spighette e se mette 'e chiatto" (Entra di fianco e poi s'allarga bello comodo).
Poi c'è il pianeta Timo, dalla costellazione di Origano, che con i suoi due satelliti, Salvia e Maggiorana, riesce a rendere fantascientifico il piatto più scialbo e banale.
E la Cintura Untuosa, segnalata nelle carte come OEVO, avvolge serenamente tutto questo sistema.
Il tempo di sparire in un attimo in quel famelico buco nero detto Gargarozzomio, da cui ben pochi sistemi del genere, anzi nessuno, a dire il vero, si sono mai salvati...


Versione proletaria
Sostituire il salmone affumicato con una scatola da 160 g di tonno in scatola, che andrà a sposare l'aglio appena imbiondito nel tegame, seguito da due alici sminuzzate.
Far insaporire un paio di minuti quindi aggiungere i pomodorini, c.s.

Aforisma del giorno
La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.
Fernando Pessoa

Oggi ascoltiamo

4 Non Blondes - Whats Up
https://www.youtube.com/watch?v=6NXnxTNIWkc

martedì 8 luglio 2014

Conchiglie pesca e gorgonzola

Pandora, l’improvvida fanciulla che scoperchiò il vaso liberando tutti i mali del mondo, fu ben poca cosa.

Pandora in un dipinto Kirk Richards

Eva, madre nostra - che per un lapsus di scrittura avevo scritto “mostra” e quasi quasi lo lasciavo così com’era... - così ingenua ma pur così ghiotta di mele - e spesso ricordata solo negli improperi in associazione a una femmina d’animale - fu davvero poca cosa.
Insomma, avessi mai insegnato a leggere a quel mostro duodenale dalle fattezze feline!
Da quando Leppagorre sa leggere la situazione è precipitata.
Si dirà: “Ma allora cos’è quest’iperbole nel raffrontarlo alle nostre sventurate progenitrici? Al massimo ne soffrirà la tua digestione, mica ne verrà sconvolto l’assetto dell’intera umanità!”
Certo, vero, tutto vero, ma il fatto è che se anche mi beffo della sua ingordigia un po’ ne temo ancora l’aspetto “demoniaco”.
È come fare amicizia con una tenia: sì, bella, simpatica, affascinante conversatrice, ma poi, a ben vedere, sempre una tenia è.
Così il mio caro ospite, che sempre demone è, e hai voglia a nascondere pubblicazioni e togliere i link ai siti più compromettenti: non c’è verso, una volta assaggiato il sapore della vita non si torna più indietro.
Vivendo la materia attraverso di me mi “costringe” spesso,  anzi sempre, a fare due più due anche quando a sommarsi non sono numeri tra loro "omogenei".
Ho in casa un cetriolo e della marmellata di ciliegie? Il lampo verde d’una interiore aurora boreale mi dice, senza parole, “Prova un po’ a sentire come stanno bene assieme?...”, presupponendo che l'esito debba dare, per chissà quale strana alchimia, sempre esito positivo.
Finora sono riuscito a dire di no soltanto ad alici e zabajone, e non è detto che non me lo riproponga...
Che demone sarebbe, altrimenti, mica è un compagnuccio di giochi. Un tormento è.
Ma a volte anche un gioioso tormento, devo ammettere.
Come quando ha scoperto che la dolcezza di molti frutti si sposa alla perfezione con la sapidità di cibi di cui non penseresti mai di mettere assieme sullo stesso piatto.
Se il cacio con le pere è diventato un proverbiale monito alla prudenza - più che altro per il fatto che il contadino potrebbe farsi furbo e aumentare i prezzi... - tutto il resto è ormai terreno quotidiano della cucina moderna.
Per stupire, sì, perché spesso prevale il gesto in sé, come nell’arte contemporanea.
Quindi piatti arditi che mai sarebbero accolti nelle tavole domenicali di qualsivoglia popolazione del mondo, come pure nessuno metterebbe sul tinello l’ormai putrolento barattolino di Manzoni... (1)
Ma anche per scoprire nuove associazioni, i nuovi prosciutto&melone che aspirino a farsi classici.
Quindi ben venga la curiosità malsana del mostro interiore, come d’ogni qualsiasi altro mostro.
In fondo siamo qui mica per avere delle risposte ma per farci delle domande.


Conchiglie pesca e gorgonzola
200 g    conchiglie, o altra pasta corta
2           pesche, non troppo mature
100 g    gorgonzola piccante
Una noce di burro, olio, sale e timo q.b
Far fondere metà del burro in un tegamino, tuffarvi le pesche sbucciate e tagliate a dadini.
Rigirare spesso.
Mentre stanno per farsi trasparenti ai bordi, aggiungere una spruzzata di timo, girare e spegnere.
Meglio che non perdano del tutto la loro consistenza.
L'altra metà del burro servirà a sciogliere il gorgonzola, nel quale tuffare la pasta una volta cotta aggiungendo, se aggrada, una spruzzata di parmigiano grattugiato.
Unire le pesche trifolate e mescolare velocemente.
Da mangiare belle calde.

NOTE
1) L'arte contemporanea ha avuto anche il merito - c'è chi dice il solo... - d'aver scardinato l'idea tutta borghese che l'Opera d'Arte (mi raccomando alle maiuscole) debba essere un oggetto da appendere alla parete del salotto, possibilmente dopo averlo pagato un occhio della testa.

Detto romano del giorno
Nun se crede er santo insino che nun se vede er miracolo.

Non si crede al santo fincé non si vede il miracolo.


Oggi ascoltiamo
The Rolling Stones - Sympathy For The Devil

https://www.youtube.com/watch?v=vBecM3CQVD8

venerdì 4 luglio 2014

Gattosarda, una Gattoparda in bianco

«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.»
La frase di Tancredi, il nipote del principe Salina, è quello che oggi, nell'era del potere - e strapotere - dei media, si sarebbe potuto chiamare un "tormentone".
Con la differenza che dopo qualche mese, come ogni moda passeggera, il tormentone passa, come la "hit del momento" nella radio generalista, mentre le perle di saggezza come questa restano, eccome se restano.
L'indolenza, la rassegnazione cronica, lo sguardo cinico e disincantato verso ogni situazione fanno sì che ogni mutazione, anche la più drammatica e radicale - il cambio dello status-quo e il declino di una classe dirigente - non sia mai veramente tale.  
La Sicilia non è un'isola, è un mare.
All'occhio imbevuto di sicilianità (1) tutto quello che accade sopra è come una burrasca, che non muta nulla della struttura profonda del fondale. (2)
E quanto quest'atteggiamento sia vicino all'indolenza cinica dei romani, cresciuti per secoli sotto l'immobilità di uno stato assolutista, è comprensibile e riesce a far sentire vicini, a pelle, certi atteggiamenti tipicamente "isolani".
Di un'isola che d'invasioni e di padroni ne ha visti venire da ogni parte d'Europa.
Del Gattopardo s'è detto molto, come pure del suo eccentrico autore - un uomo davvero d'altri tempi - e non è il caso di aggiungere altro se non che, agli occhi d'un ghiottone, non può sfuggire il rimando culinario, con il pantagruelico banchetto in cui viene servito ogni bendiddio (3).
La cucina siciliana è opulenta (4), eccessiva - ah, i dolci siciliani così dolci da sfiorare lo stucchevole - ma, allo stesso tempo, molto "italiana", con l'attenzione per la genuinità e il rispetto del cibo.
E tra le portate del pranzo - è il caso di dirlo - principesco, spicca la presenza del timballo di maccheroni, una leccornia che da solo al pensiero fa scattare la reazione di Pavlov.
"L'oro brunito dell'involucro, la fraganza di zucchero e di cannella che ne emanava, non era che il preludio della sensazione di delizia che si sprigionava dall'interno quando il coltello squarciava la crosta: ne erompeva dapprima un fumo carico di aromi e si scorgevano poi i fegatini di pollo, le ovette dure, le sfilettature di prosciutto, di pollo e di tartufi nella massa untuosa, caldissima dei maccheroni corti, cui l'estratto di carne conferiva un prezioso color camoscio."
Vogliamo andare avanti? No di certo, grazie.
La ricetta più vicina a quella del testo di Tomasi di Lampedusa la riporta un articolo sul sito Taccuini Storici, e da sola vale una domenica con parenti e/o amici attorno a un tavolo, con tanto di Nero d'Avola e Corvo di Salaparuta.
Questa è invece una versione in bianco, con i tortellini al posto dei maccheroni - o degli ziti, secondo alcune scuole di pensiero - e la besciamella e ragù di fegatini al posto del ricco ragù siciliano.
Versione sobria ma comunque di bell'effetto.


Gattosarda, la Gattoparda in bianco

Per la "coccia"
Una dose di pasta frolla da 400 g di farina, quindi:
400 g    farina
200 g    burro
100 g    zucchero (dolce ma non troppo)
3           tuorli
un pizzico di sale

Per il ripieno
400 g     tortellini
250 g     macinato di vitello
50 g       burro
150 g     fegatini
50 g       parmigiano grattugiato
2    spicchi d'aglio
1    cipolla media
1    costa di sedano
1    carota piccola
500 ml  di  besciamella, quindi:
    500 ml     latte
    50 g    burro
    50 g    farina
    sale e pepe q.b.
1/2 bicchiere di vino rosso
olio, sale e pepe q.b.
Fare un soffritto con aglio, cipolla, sedano e carota tritati nel burro, a cui sarà stato aggiunto un paio di cucchiai d'olio evo.
Aggiungere il macinato di vitello e far insaporire, quindi unire il vino rosso, facendolo evaporare.
Far cuocere 40 minuti circa unendo due, tre mestoli d'acqua.
Nel frattempo trifolare in padella i fegatini tagliati grossolanamente, in poco burro.
Una volta cotti unirli alla carne e far cuocere altri 10 minuti.
Preparare la besciamella: in un pentolino far sciogliere il burro, unire la farina, far cuocere qualche minuto sempre mescolando, quindi unire il latte, amalgamandolo con la frusta per evitare il formarsi dei grumi.
Portare a bollore e cuocere 5 minuti almeno, per addensare la salsa.
Farla raffreddare.
Cuocere i tortellini in abbondante acqua salata e tirarli su al dente, fermandone la cottura in acqua fredda.
Scolarli e farli intiepidire, quindi unirli al ragù e alla besciamella.
Stendere 3/4 della pasta frolla in uno stampo (meglio se a cerniera) d'altezza non inferiore ai 6 cm, ricoprendone la base e i bordi.
Versare il ripieno di tortellini al ragù nel guscio di frolla, quindi chiudere con il resto della pasta da cui avremo ricavato il coperchio.
Se avanza della frolla usarla per decorare la superficie della Gattoparda.


Nel mio caso, visto che la mente sta sempre lì, ho composto una Gattosarda.
Quando penso all'insularità la mia mente e il mio cuore go west... 


Spennellare la superficie con tuorlo e far cuocere mezz'ora a 180°.


Detto siciliano del giorno
Ovu d'un'ura, pani d'un jurnu, vinu d'un annu, nun ficiri mai dannu

Uovo d'un'ora, pane d'un giorno, vino d'un anno, non fecero mai danno


Oggi ascoltiamo
Pet Shop Boys - Go West

https://www.youtube.com/watch?v=SezoGW_z9w0

NOTE
1) Non vituperiamo l'utilissima Wiki, che permette a ognuno di pretendere - nel senso inglese di fingersi - una cultura che non si ha. Riguardo alla sicilianità, poi...
2) Immancabile s'impone la "Teoria della Sicilia" di Manlio Sgalambro. Che "ogni isola attenda inesorabile d'inabissarsi" ha echi da tragedia antica. La declama l'autore qui, in poco più di due minuti che paiono eterni.
3) La casa editrice Il Leone Verde ha pubblicato una serie d'interessanti libriccini che raccontano il nesso tra cucina e letteratura. Ed Elena Carcano ha appunto scritto "Il banchetto del Gattopardo. A tavola con l'aristocrazia siciliana".
4) Un'occhiata ai Taccuini Storici per un esauriente articolo.

domenica 29 giugno 2014

Petti di Pollock

Sfogliamo insieme un libro d’arte.
Sì, succede anche questo. Qualche volta fa anche bene.
Qualche volta.


Ma lo sento. Come l’effervescenza del gas dal fondo d’un bicchiere, come il titillamento dell’herpes nel bordo del labbro, come il brontolio sommesso e minaccioso d’un vulcano.
“Adesso lo dice, adesso lo dice, adesso...”
- Certo che io questa vostra Arte Moderna non la capisco proprio!...
- Ambo!
- Che?
- Niente, Leppagorre, dicevo tra me e me... Cos’è che non capisci? E, soprattutto cosa c’è da capire?
- Mah, non so... Qui il titolo dice “Autunno”, ma io non vedo foglie che sia una. Non vedo l’autunno nemmeno a pagarlo oro...
- Ma non lo devi vedere così bell’e pronto, come in fotografia. Lo devi evocare dentro di te.
Cerco di essere conciliante. Magari qualcosa ne verrà.
Secondo brivido. Come la prima folata fredda che raggela, come la scintilla bruciante che cova nella cenere, come lo starnuto che annuncia una settimana di naso colante.
“Adesso lo dice, adesso lo dice, adesso...”
- Eh, guarda qua: che ci vuole a fare una cosa del genere? Sono capace anche io!”
- Terno!
- Che?
- Niente, Leppagorre, pensavo a una cosa in sospeso dentro di me... Ma l’arte moderna non gioca sulla capacità, ma sull’originalità.
Cerco di essere comprensibile come posso. Magari qualcosa ne verrà.
- Eh, ma che ci vuole a prendere una tela e gettarci sopra il colore? Niente! Hai capito che opera d’arte!
- Questo qui, caro, l’ha fatto prima di tutti. Ed è il suo gesto ad essere un’opera d’arte. Quelli che lo faranno dopo di lui avranno perso un treno fondamentale. È così che funziona.
- Allora basta buttare giù quattro cose a caso, così ed essere il primo a farlo per essere un artista!
- Precisamente. Tu sarai quello che ha avuto “quell’idea”. Non altri.
- E allora è come se adesso per cena buttassimo quattro cose sul piatto e lo chiamassimo “ricetta”.
- Sì, anche se fosse un fracandò co la cipolla, se fosse originale lo potremmo chiamare così.
- E allora che aspetti? Andiamo, no?
Ci casco sempre. Ecco dove voleva andare a parare, il maledetto.

- E quale artista vorresti portare in cucina?
- Quello lì, quello dei barattoli legati a un filo con il buco sotto!...
- Ah, Pollock. Bene. Quindi servono i colori...
- Appunto, andiamo a comprare le salse! Maionese, senape, glassa all’aceto balsamico! Presto, prima che mi passi l’ispirazione!
- La fame invece mai, eh?


Petti di Pollock
(per due)
400 g     petto di pollo intero*
qualche pomodoro secco
un pugno d'olive tipo taggiasche
100        g yogurt (mezzo vasetto abbondante)
uno spicchio piccolo d'aglio, mezzo se grande
poca menta, anche secca
poca grappa, o altro liquore similare (anche vodka, semmai)
latte, olio, burro e sale q.b.
salse a piacere (vedi sotto)
* O anche di tacchino, in questo caso si dovrà scegliere di comporre il piatto del famoso pittore suprematista russo Takhinov

Tagliare la carne a fette non troppo sottili, quindi a strisce, e indi a dadoni
Immergerli nel latte e lasciarli ad ammorbidirsi per almeno un'oretta.
Far rinvenire i pomodori secchi in acqua.
Snocciolare le olive e tagliarle a metà.
Scolare i dadoni di pollo, infarinarli e farli rosolare in poco olio e una noce di burro.
Unire i pomodori secchi sminuzzati e le olive.
Sfumare con poca grappa, sempre saltando i dadini di pollo così da farli cuocere in modo uniforme.
Disporli su un piatto da portata: sarà la nostra tela.
Armarsi di tutte le salse disponibili:
- Maionese;
- Senape;
- Ketchup, oppure, se non lo si ama troppo, aggiungere un cucchiaino di concentrato di pomodoro a un paio di cucchiai di maionese;
- Salsa allo yogurt, a cui vanno aggiunti l'aglio tritato e un pizzico di menta in polvere;
- Glassa all'aceto balsamico

- Smettila!
- Non ci riesco, è più forte di me! La sento scivolare nella lingua e la sento dolce, agra e umami!
- Ma tu non hai una gola, cialtrone!
- Ma tu sì! Ancora un po' ti prego. Poca poca...
 Resisto alla tentazione di docciarmi con del mistrà e procedo alla composizione.
- Potremmo fare come Pollock e legare il barattolo della maionese ad un filo e lasciala colare a piacimento...
- Scordatelo! La cucina mica me la pulisci tu, poi. E quanta maionese vorresti usare?
- Be', con l'arte non bisogna mai essere tirchi, no?

Vanno bene delle siringhe, dei sacchettini bucati in fondo, dei recipienti a pompetta.
Qualunque cosa faccia cadere dall'alto il colore, pardon le salse, formando un ghirigoro impazzito.
E in fretta, perché il pollo si fredda...


- Mhhh... che buono!...
- Ci credo, c'è mezzo litro di salse a scelta!
- Sarà il sapore dell'arte?
- Che peccato...
- Cosa?
- Non potrerti chiudere in un barattolo con la scritta "Merd d'artiste".
- Ah, saresti capace di farlo?
- No, purtroppo, l'ha già fatto Manzoni...

Detto romano del giorno
La catena nun ha fatto mai bon cane.


Oggi ascoltiamo
Buffalo Springfield - For What It's Worth

https://www.youtube.com/watch?v=DIoKr9VDg3A