lunedì 13 ottobre 2014

Chatwin di ciccia

- Allora, sei pronto, Leppagorre?
- Io non vengo.
- Come, non vieni. E perché mai?
- Ehm... ho una terribile calcagnite e non riesco a fare un passo senza sentire dolore.
- A parte che, casomai, sarebbe una tallonite. E poi non mi risulta che i gattodemoni sentano dolore, e alle zampe, poi. Ti sei mica scordato chi ti scarrozza da mane a sera? Hai perso di vista il tuo gastrorisció umano, forse? Su, muoviti, che è tardi e la giornata è corta corta corta.
- Oh, non farti prendere dall'isteria, eh? Io potrei anche capire che uno cammini per i venticinque chilometri dell'allestimento di una qualsiasi "Fiera del gusto". Che so: "Porchetta oggi", o "Guanciale, questo sconosciuto", o anche "L'uso dello speck nella società moderna". Allora sì che tutta questa frenesia avrebbe un senso. Ma così... non ce la faccio proprio a capire e a trovarlo, quel senso.
- Ti ripeto che non hai alcun diritto di lamentarti, mio caro tesoro peloso. Vivi nella panza di un paziente babbeo che ti porta in giro per la città più bella del mondo e tu che fai? lo sdegnoso, fai. Voglio vedere quando, tra mille anni, andrai a fà tera pe li ceci (1) che dirai di te stesso: "Sono stato nella panza d'un pigrone, che m'ha fatto vedere solo la strada per il mercato. L'unica cosa che ho visto in tutto questo tempo è il susseguirsi di dolce e di salato giù per il suo duodeno". Ecco, allora avresti sì davvero di che lamentarti, brutto mostro.
- Io non mi lamento del tempo perso in giro a bighellonare. Mi lamento solo del fatto che non mi cucini più niente di decente.
- Eh ma lo sai che non si può mica sempre stare attaccati ai fornelli, specialmente con queste serate belle calde che nemmeno d'estate ne abbiamo avute di simili.
- Tutte scuse! Dimmi che vuoi farmi morire d'inedia e basta! Ecco, non ti sono più d'alcun aiuto!...
- Veramente non lo sei mai stato...
- Uaaahhh! Ecco come finirò! Disseccato come una carruba dimenticata al sole d'agosto!
- Che poeta...
- Uaaahhh! Come una confezione di carne macinata dimenticata in frigo!
- Ecco, sì...
- Uaaahhh! Come una nocciola rotolata nello stagno, marcita e schifata persino dalle nutrie!
- Ma che ardite metafore...
- Uaaahhh! Come un torsolo di mela divorato dalle carpe d'un lago basso e fangoso!
- Quando avrai finito la sceneggiata avvertimi, che sto preparando una torta Chatwin, eh?
- Uaaahhh! Solo come l'ultimo chicco d'uva dimenticato sul graspo! Come una formica trascinata lontano dal vento, via dalle sue compagne! Come l'ultimo biscotto d'una vecchietta morta da anni!... Una torta Chatwin? E con cosa?
- Con "una confezione di carne macinata dimenticata in frigo", no? Con cos'altro, sennó?
- Se potessi vorrei morire.
- Su, zampe in spalla, che si va.
- E poi granita?
- Gelato.
- Mh... caffè?
- Cioccolato.
- Mh... coppetta?
- Cono.
- Uffa!
- Muoviti, che è quasi cotta!

Chatwin di ciccia

Per la Pasta Chatwin:
250 g      farina
12 g        lievito di birra (mezzo cubetto)
70 g        burro morbido
100 ml    latte (o anche yogurt)
1            uovo
Un pizzico di sale
In una ciotola, dove avrete messo la farina, versare il sale, il lievito sciolto nel latte tiepido, l'uovo e il burro, senza ordine alcuno e senza preferenze.
Lavorare appena il tempo per amalgamare il tutto.
Formare una palla e metterla a riparo di un canovaccio per farla lievitare per un'ora circa, fino al raddoppio.

Per il ripieno:
450 g  carne macinata, possibilmente anche mista (manzo, suino e vitello)
300 g  patate, già lessate
1        uovo
1 cucchiaino di salsa Worchester (o anche no, a piacere)
1        cipolla media (80-100 g ca.)
1        spicchio d'aglio bello grassoccio
50 g   guanciale
1 cucchiaio d'olio evo
sale e pepe q.b.
Lessare in abbondante acqua leggermente salata le patate, quindi sbucciarle e schiacciarle.
Sminuzzare la cipolla e il guanciale, tritare l'aglio e farli soffriggere a fuoco basso in un tegame con poco olio (il guanciale rilascerà il grasso che serve...)
Far raffreddare e quindi in una ciotola mescolare la carne con il soffritto, l'uovo, le patate e l'eventuale salsa Worchester.
Salare e pepare quanto basta.
Stendere in una tortiera da 24 cm due terzi dell'impasto Chatwin, distribuendola bene sul fondo e sui bordi, aiutandosi con le mani infarinate.
Bucherellare leggermente il fondo con la forchetta quindi farla rilievitare un quarto d'ora, venti minuti, prima di versare il ripieno.


Livellare con un cucchiaio e con resto della pasta formare un disco che farà da coperchio, fissandolo alla base attorcigliando i bordi a cordoncino per sigillarli.
Volendo si può lucidare la superficie spennellandola con del tuorlo d'uovo sbattuto, o anche solo con del latte prima di mettere la torta in forno.
Cuocere mezz'ora, quaranta minuti a 180°.
Quando la superficie sarà ben dorata la Chatwin sarà pronta.


Essendo una Chatwin la si può consumare calda, tiepida o anche fredda, senza colpo ferire.
Portarla a una festa, una scampagnata, una passeggiata...

- Un po' di birra, che mi sto strozzando!
- Ma che finto che sei! Tu non puoi strozzarti. Casomai io.
- Vabbè, su, un po' di birra, presto, che mi fa bene.
- Sì, immagino. La vedi questa fontana?


- Carine queste tartarughe che si arrampicano verso il vascone!...
- Pensa, una leggenda dice il duca Muzio Mattei la fece costruire in una sola notte per stupire il futuro suocero.
- Ah...
- Eh sì, al duca piaceva un po' troppo giocare d'azzardo tanto da rimanere co' du baiocchi (2), e quindi il padre della futura sposa era intenzionato a rompere il fidanzamento.
- Figurarsi, con un nobile caduto in miseria...
- Appunto, ma quando il duca chiamò il futuro suocero alla finestra questi rimase sbalordito e accondiscese alle nozze. Quindi il duca fece murare la finestra del palazzo che dava sulla fontana in modo che nessun altro potesse godersi lo spettacolo.
- O perché s'era rivenduto la fontana?
- Probabile, visto che la fontana è stata costruita circa trent'anni prima del palazzo!
- Non ci capisco più niente... Dammi un'altra fetta di Chatwin, per favore.
- E con questa fanno tre. Poi dici che non te la senti di camminare. Mi pare di trascinare un sacco di patate!...
- E un altra birra, anche. Grazie!

Detto romano del giorno
Quanno so' tanti galli a cantà nun se fa mmai giorno.
Quando sono tanti i galli a cantare non si fa mai giorno. Occorre una sola testa pensante, quindi...


Oggi ascoltiamo
Beach Boys - Wouldn't It Be Nice

https://www.youtube.com/watch?v=nZBKFoeDKJo

NOTE
1) Fà tera pe li ceci. Come anche Stirà le zampe. Eufemismo per "morire". Come nell'italiano "tirare le cuoia".
2) Rimané co' du baiocchi. Cadere in miseria.

domenica 28 settembre 2014

Cischecca cotta di nutella e ricotta

- Allora, su, la Cheesecake...
- Ehm... la cischecca può essere sia fredda... che cotta...
- Mh, sii più preciso, Leppagorre, qui devi imparare le cose per bene, mica puoi sempre e solo ingozzarti a tuo piacimento. E a mio detrimento, aggiungo.
- Allora... La cischecca fredda è quella che si mette in frigorifero...
- Bene, e cosa si usa per "tenerla su"? Quale ingrediente?
- ...
- La ge... la ge...
- La gentilezza!
- Non certo la tua, visto che ne sei cronicamente sprovvisto! No, la gelatina! Formaggio morbido, aroma a piacere e la gelatina! Allora non hai studiato!
- Ho studiato, invece! Sono stato tutto ieri sui libri e sulle tue dispense!
- No, veramente sei stato in una sola dispensa, quella della cucina. E infatti la nutella è miracolosamente evaporata. Che prodigio della natura, eh?
- Davvero stupefacente! Non mi spiego davvero come possa essere accaduto...
- Io sì, invece, e lo scoprirò quando non mi entreranno più i pantaloni, maledetto gattodemone dei miei stivali e senza stivali!
- Uffa!... Avevi detto che mi avresti insegnato qualcosa e invece stai continuamente a far polemiche. Io sono un'anima in crescita, bisognosa di nozioni nuove e di esperienze vergini!...
- Mi sa tanto che tu hai bisogno di ingollare cibo senza se e senza ma, e tramite il mio apparato digerente per giunta. Del resto poco ti frega!
- No, guarda, te ne do subito la prova: la cischecca cotta è quella che si mette in forno.
- ... e poi?
- Poi? E che ne so io? Andrà cucinata come tutte le torte, questo mica c'era sul programma!
- C'era, c'era. Allora, tanto per chiarire, tu hai un dolce al cucchiaio a base di formaggio morbido, ci siamo?
- Sì, for...mag...gio mor... bi...
- No, non c'è bisogno che prendi appunti, ascoltami un minuto, se ci riesci.
- È difficile, sei così noioso...
- Allora... Formaggio morbido e aroma, che sia frutta, cioccolato, spezie, fai tu. Come lo tieni in forma?
- Facendolo correre tutte le mattine a Villa De Sanctis, magari assieme ai pugili o ai senegalli, no?
- Ti faccio correre io, a te, altro che pugili e senegalesi! Dov'è l'anice? Dove?
- No, no, fermo, fermo! Giuro che sto zitto! Giuro!
- Sulla testa di zia Bastet?
- Sulla testa di zia Bastet...
- E non incrociare la coda, ti ho visto!
- Insomma? Formaggio morbido, e poi?
- Allora, sì, fammi riprendere il filo... Base di biscotti tritati e burro. Corpo di formaggio morbido e, sopra, eventuale glassatura. In quella senza cottura, quella "fredda" come la chiami tu, l'agente addensante è la gelatina. Ci siamo?
- ... tina... Sì.
- Sì, Tina Pica! E non scrivere, non serve, su. Per quella cotta, in forno, invece, cosa la potrebbe rassodare?
- Del silicone? Fa miracoli, ho visto.
- Le uova, malefico, le uova! Ma tu vuoi farmi uscir pazzo, oggi? Guarda che ti rimando a settembre, eh?
- Ma settembre è finito, casomai a ottobre!
- Ci rinuncio, ci rinuncio! Io con te esco pazzo!
- Dài, non agitarti che alla tua età ti salta una coronata e tanti saluti, e poi a me tocca andare a trovare in fretta e in furia un'altra sistemazione!
- Come devo fare io con te, eh? Dimmelo tu.
- Be', almeno potremmo fare come dice l'adagio cinese: "Se ascolto dimentico, se guardo imparo, se faccio capisco”. Quindi, facciamoci una cischecca e tanti saluti! Non hai una formina di ricotta in frigo?
- Sì ma che ci mettiamo assieme? Dimmi che è avanzata della nutella...
- Ehm... sì, ma non so quant'è...
- Maledetto, ti faccio correre io nel parco, e ti travesto da sacco, che non mi ci vuole molto, così ti faccio anche prendere a pugni dai pugili. Dico loro che il Comune di Roma ha messo nuovi attrezzi per fare esercizi ginnici e via!
- Cattivo!
- Bestia!

Cischecca cotta di nutella e ricotta
150 g biscotti secchi ai cereali
100 g burro
30 g   zenzero candito, o mezzo cucchiaino di zenzero in polvere
450 g ricotta
200 g nutella
1        uovo
1        tuorlo
100 ml panna (anche da cucina)
1 cucchiaio di liquore all'arancia (Cointreau) o anche no (Strega)
una punta di cannella
Preparare la base: tritare i biscotti - che tradizionalmente sono quelli Digestive, ma vanno benissimo anche quelli ai cereali, e di qualsiasi marca - e mescolarli al burro fuso.
Se si usa lo zenzero candito tritarlo assieme ai biscotti, altrimenti aggiungere direttamente la spezia.
Foderare il fondo di una teglia da 24 cm con il composto e farlo riposare in frigo il tempo necessario alla preparazione del "corpo".
Lavorare la ricotta con una forchetta, aggiungere la nutella, le uova, la panna e il liquore.
Poca, pochissima cannella: un'ombra.
Versare nello stampo e cuocere a 180° per 30-40 minuti.
Si riconoscerà l'avvenuta cottura quando le uova faranno crescere la torta, gonfiandola anche oltre il bordo dello stampo, come un sufflé.
A quel punto verificare con lo stecchino che all'interno sia asciutta, quindi spegnere il forno e far raffreddare la cischecca.
Personalmente la preferisco senza troppi fronzoli, ma se si vuole si può aggiungere una glassatura di salsa al cioccolato.
O anche grattugiarvi sopra del cioccolato bianco (ne basta mezza tavoletta, 50 g ca.)


- Facciamo pace, vieni qui. Ora, visto che ti ho trattato da scolaretto ti faccio una bella fotina, di quelle che facevano a noi scolari ad ogni inizio anno.
- Ma sei sicuro che debba indossare questo... coso?
- Come no, metti su, dài, muoviti.
- Posso almeno mettere un fiocchetto, qualcosa?...
- E metti il fioccchetto... Poi sono io, eh?
- Adesso sì. Cominciamo?
- Via!


Detto romano del giorno
L'apparenza è come er tammuro, drento è vòto e fà rumore.

L'apparenza è come il tamburo: dentro è vuoto e fa rumore.


Oggi ascoltiamo
Creedence Clearwater Revival - Have You Ever Seen The Rain

https://www.youtube.com/watch?v=Ou7P0QX25IY

Farcia di castagne

Son tornate, finalmente!
Come "cosa", ma le castagne, no?
Il "pane dei poveracci", come si diceva una volta, quando eravamo più sinceramente più modesti e più dignitosamente umili.
Stanno bene su tutto, altro che la giacca nera o il tubino Chanel: nel pane, con gli arrosti, su una crostata, in un Monte Bianco...
Insomma, saranno anche rognose da cucinare, ma danno sempre soddisfazione.
Sono semplici, non pretendono, hanno la stessa generosità delle persone che hanno da dare solo se stesse.
Hai detto niente...
Questa volta propongo una farcia che lessi anni fa su qualche rivista, che sinceramente non saprei nemmeno ritrovare, ma l'importante è (ri)proporre qualcosa di buono.

Farcia di castagne
300 g   castagne
90 g     zucchero
2          tuorli
125 g    burro pomata
150 g    cioccolato fondente
50 ml    latte
2 cucchiai di rhum
Lessare le castagne per 10-15 minuti.
In alternativa si può utilizzare anche il microonde, che le lascia anche più asciutte, disponendole su un piatto previa incisione (se non si vogliono creare proiettili micidiali...) e coperte da pellicola trasparente (di quella idonea all'uso nel microonde, ovviamente) bucherellata con uno stuzzicadenti. Due sessioni da 5 minuti a potenza media dovrebbero bastare.
Pelarle e passarle al setaccio, unirvi il latte e un cucchiaio di zucchero e cuocere il tutto per 5 minuti, sempre mescolando.
Lavorare i tuorli con lo zucchero, unirvi il cioccolato fuso, e 2 cucchiai di rhum.
A parte lavorare a crema il burro, unirvi la crema di castagne e la crema al cioccolato.
Far riposare in frigo un'oretta prima di utilizzare.
È ottima per farcire Pandispagna, torte margherita e chi più ne ha più ne metta.


La dose permette due strati di farcia ed è sufficiente anche per la copertura.


Queste sono foto di repertorio, lo confesso, ma se le ho conservate segno è che ne valeva la pena.
Non tanto per il ricordo che evocano in me - una vita fa, almeno, e passata senza alcun rimpianto... - quanto per mostrare il risultato ottenuto.
Semplice, senza grosse pretese, anche umile se vogliamo, come solo la castagna sa essere.

Detto romano del giorno
Li mejo bocconi sò der còco.

Oggi ascoltiamo
Gnarls Barkley - Crazy

https://www.youtube.com/watch?v=bd2B6SjMh_w

venerdì 12 settembre 2014

Amaretti sospirati

La prima volta si sono spatasciati miseramente diventando dei dischi cristallizzati che avrei voluto usare come orecchini, se solo avessi avuto i buchi ad entrambi i lobi, o anche come disco dilatatore labiale del genere che usano le giovani Surma o Mursi africane, se non avessi già da tempo passato l'età del pulsellaggio e mi avvicini invece verso l'inesorabile Valle delle Ombre...


La seconda sembravano grumi di cera smoccolata e sedimentata da decenni di messe funebri.
Avevano solo la parvenza di una forma, anziché la classica, rassicurante semisfericità tipica del biscotto...

La terza ci ho giocato a freesbee per il salotto, rompendo due ninnoli de pora mamma e spaventando un
passante, che s'è visto atterrare davanti ai piedi un disco (non)volante di rara bruttezza in tutto il Cosmo conosciuto...

Insomma, questo è uno di quei casi in cui avrei davvero gettato la spugna, accompagnata da annesso bestemmione da camallo ligure, soprattutto dopo la vista di numerosi filmati sulla rete dove delle giulive signore ed aggraziate (!) giovinotte ci tenevano a mostrare tutte le fasi della lavorazione dei loro meravigliosi, saporitissimi e, soprattutto, facilisssimi amaretti.
Come ci tenevano, infine, a far vedere come fossero venuti bene!
Dei veri amaretti, eh? mica cavoli!
Le avrei soffocate con le mie mani, altro che, strozzandole con manciate dei loro preziosi, deliziosi, perfetti manicaretti, le maledette!...

Poi ci si è messo anche, tanto perché la confusione non era già abbastanza, anche il mio amato e venerato Pellegrino "baffone" Artusi. Che di ricette ne propone ben due.

626. Amaretti I
Zucchero bianco in polvere, grammi 250.
Mandorle dolci, grammi 100.
Mandorle amare, grammi 50.
Chiare d'uovo, n. 2.
Le mandorle spellatele e seccatele al sole o al fuoco, poi tritatele finissime con la lunetta. Lavorate col
mestolo lo zucchero e le chiare per mezz'ora almeno, e aggiungete le mandorle per formarne una pasta
soda in modo da farne delle pallottole grosse quanto una piccola noce; se riuscisse troppo morbida
aggiungete altro zucchero e se troppo dura un'altra po' di chiara, questa volta montata. Se vi piacesse dare agli amaretti un colore tendente al bruno, mescolate nel composto un po' di zucchero bruciato.
Via via che formate le dette pallottole, che stiaccerete alla grossezza di un centimetro, ponetele sopra le
ostie, o sopra pezzetti di carta, oppure in una teglia unta col burro e spolverizzata di metà farina e metà
zucchero a velo; ma a una discreta distanza l'una dall'altra perché si allargano molto e gonfiano, restando
vuote all'interno.
Cuocete in forno a moderato calore.

627. Amaretti II
Eccovi un'altra ricetta di amaretti che giudico migliori dei precedenti e di più facile esecuzione.
Zucchero bianco a velo, grammi 300.
Mandorle dolci, grammi 180.
Mandorle amare, grammi 20.
Chiare d'uovo, n. 2.
Le mandorle spellatele e seccatele al sole o al fuoco; poi pestatele fini nel mortaio con una chiara versata in più volte. Fatto questo mescolateci la metà dello zucchero, mantrugiando il composto con una mano. Dopo versatelo in un vaso e, mantrugiando sempre perché s'incorpori, aggiungete una mezza chiara, poi l'altra metà dello zucchero e appresso l'ultima mezza chiara.
Otterrete, così lavorato, un impasto omogeneo e di giusta consistenza che potrete foggiare a bastone per
tagliarlo a pezzetti tutti eguali. Prendeteli su a uno a uno con le mani bagnate alquanto per formarne delle
pallottole grosse come le noci. Stiacciatele alla grossezza di un centimetro e pel resto regolatevi come per i precedenti, ma spolverizzateli leggermente di zucchero a velo prima di metterli in forno a calore ardente, e dico forno perché il forno da campagna non sarebbe al caso per questa pasta.
Con questa dose otterrete una trentina di amaretti.

Non che mi abbia chiarito le idee, il Maestro. Anzi...
Non capivo il PERCHÉ.
Perché? In cosa sbaglio?
Mi parevo il personaggio di Nanni Moretti, l'annaffiatoio in mano di fronte alla pianta stenterella e il suo estenuato: "Vuoi più luce? più sole? Che vuoi? Dimmelo!"
Poi mi son detto: "Ma possibile che non vengano? Mettiamoci un po' a tavolino!"
Come al mio solito mi sono smazzato e messo in tabella una ventina di ricette in tutte le loro varianti, dalle quali ho dedotto che:
- le quantità di zucchero e di mandorle tritate si equivalgono (quasi) sempre;
- tale quantità è (generalmente) circa tre volte il peso dell'albume. Ma anche qui vige il caos più totale, l'anarchia più incontrollata, la bolgia ctonia senza fine: tale quantità varia da 75 a 150 g per albume (che sappiamo già a menadito pesare, mediamente, i suoi benedetti 35 g);
- l'impasto va fatto riposare (chi lo fa 20 minuti chi 4 ore, comunque...) perché deve risultare abbastanza asciutto da essere facilmente lavorabile;
- le mandorle amare (o le armelline, ovvero i semi delle albicocche) vanno in proporzione da 70:30 a 95:5 per ogni 100 g totale di mandorle dolci.

Che confusione!
"Sarà perché ti amo?"
No, di sicuro ti odio a morte, maledetto caos primordiale da cui ognuno tira fuori, dal suo sorridente forno bollente la sua placca cosparsa interamente da quelle belle "sisette" screpolate che non avrebbero nemmeno le mummie del British Museum!
Uff!
Ma visto che son tignoso, come diciamo spesso qui, mi sono messo a piedi pari (ovvero ben comodo e di punta, come ci si sistema a tavolino) e ne ho ricavato i miei:

Amaretti
Per ogni albume, che pesa mediamente 35 g ca. :
100 g    zucchero (o zucchero a velo)
100 g    mandorle (anche non pelate)
30 g di mandorle amare, o armelline, o anche dell'essenza di mandorla amara. O anche niente, tiè!
buccia di limone grattugiato (un terzo del frutto).
Macinare le mandorle dolci e amare con un macinino oppure con un tritatutto, ma in tal caso occorre aggiungere un paio di cucchiai di zucchero per evitare la macinazione estragga l'olio dalle mandorle rendendo la farina pastosa e, quindi, inutilizzabile.
Non dovrà essere eccessivamente fine ma, anzi, leggermente granulosa.
In una ciotola versare la farina di mandorle, lo zucchero e la buccia grattugiata di limone.
Aggiungere poco alla volta gli albumi d'uova, leggermente sbattuti.
In molte ricette, anche in Rete, compare la dicitura "albumi montati a neve fermissima", che è un controsenso, visto che poi li si dovrà "mantrugiare", come direbbe er sor Pellegrino, con il resto degli ingredienti.
Amalgamate il tutto fino a ottenere un composto lavorabile.
È quindi consigliabile di versare l'albume d'uovo poco alla volta fino a raggiungere la giusta consistenza.
Non si sa mai...
Foderate le teglie (ne servirà una per ogni dose di albume) con carta da forno.
Stendere un serpente di pasta e ricavare delle palline poco più grandi di una noce, e rotolarle quindi nello zucchero (o anche nello zucchero a velo).


Disporre le palline sulla teglia distanziandole, senza schiacciarle, cosa che avverrà da sé in cottura.


Qui c'è la questione riposo: alcune ricette dicono di far riposare l'impasto venti minuti almeno prima di preparare le palline, altri di far riposare le palline sulla teglia dalle due alle ventiquattro ore...
A quanto pare il fatto è che non conta "quanto" tempo infine riposi l'impasto (il sor Pellegrino le schiaffa in forno e via), ma che asciughi quel tanto da perdere l'umidità in eccesso.
Volendo si possono decorare con una mandorla intera o mezza ciliegia candita.
Cuocere a 180 gradi per circa venti minuti.


Il fondo degli amaretti deve dorarsi ma non risultare bruciato.

Ora, che dovrei fare io, con finalmente un piattino dei "miei" amaretti?


Bravi, piangere come un vitello.
Anzi, come un padre che veda finalmente venire alla luce le sue deliziose, dolcissime e sospirate creature.
Quindi asciugarsi con dignità, o quel che ne resta, il bordo dell'occhio, e riporle con amorevole cura in una scatola di latta.


Si dice così, ma solo per scrupolo, ben sapendo che avranno vita breve.
Breverrima, direbbe Leppagorre.

Detto romano del giorno
Fà come l'antichi, che se magnaveno le cocce e buttaveno li fichi.

Cioè, non ci capivano niente…


Oggi ascoltiamo
Elton John - Believe

https://www.youtube.com/watch?v=ABSXJiYQFuI

domenica 7 settembre 2014

Spaghetti al cacao

- Volevo un gatto nero, nero, neeero. Tu me l’hai dato bianco, e io non ci sto piùùù!
- Ma che ti canti, Leppagorre, sei contento?
- Sì, sì e sììì!
- Meno male va, ci manca solo che mi stai sul duodeno col malumore e poi ho fatto tombola.
- Sono contento perché ho visto che hai tirato fuori la pasta dopo una settimana che nemmeno ti cucini un uovo al tegamino, e mi pare, come dire, un buon segno.
- Ho avuto... ehm... un momento di defaillance...
- Sì, sì, lo so che sei un po’ deficiente, ma ti voglio bene lo stesso.
- E la tua cafoneria è pari solo al tuo peso specifico, nevvero?
- Oh, se voglio so farmi piccolo, lo sai, no? Quindi... Non ti pare ora di inaugurare la pentola nuova?


- Nuova? ma se avrà settant’anni, a dir poco. C’è da dire che la signora della bancarella non sapeva cosa mi stava vendendo, altrimenti avrebbe quadruplicato il prezzo.
- Un prezzo da quadrupede? Che strano...
- Smettila, mi fai venir freddo, e poi mi passa la fantasia di cucinare.
- No, no, non sia mai! Anzi... ma dopo gli spaghetti al caffè non volevi provare mica quelli al cacao?
- Però... Vedi che quando ti impegni riesci a non mettermi il bastone tra le ruote?
- E cosa sei, una carriola?
- No, tuo nonno, in carriola! Prendi l’uvetta, va.
- Comandi!

Dopo gli spaghetti al caffè non potevano mancare quelli al cacao, ha ragione Leppagorre – E anche Herman Hesse quando scrisse che “Anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno”...
Quindi, direttamente dal libro di Tonino Franchini, “Estro e fantasia in cucina” i suoi gustosi e delicatissimi

Spaghetti al cacao
(per due persone, o una con gattodemone incorporato)
200 g  spaghetti
30 g    burro
50 g    mascarpone
½ cucchiaio di cacao
20 g    uvetta sultanina
20 g    cedro candito
pochissima cannella in polvere
1 tuorlo
Far ammollare in acqua tiepida l’uvetta.
In un tegame far fondere a fuoco bassissimissimo il burro assieme al mascarpone.
Unire l’uvetta, il cacao, il cedro candito a dadini minuti e la cannella.
Portare a bollore, quindi fuori fuoco unire il tuorlo sbattuto a parte.
Condire gli spaghetti con questa “salsa dolce e profumata” – parole dello chef Franchini – e divorare caldi caldi.


Confesso di non aver aggiunto il cedro candito, che mi sembrava troppo anche per me.
Ma il sapore del cacao (che di suo è neutro) assieme al mascarpone è mooolto interessante.
Anzi, visto che ci sto, propongo una mia versione - niente a che vedere con quella d'uno chef ufficiale, diciamo una versione da cialtrone, ecco - con tanto di cipolla (e te pareva!)

Spaghetti al cacao 2.0
(sempre per due persone o, benineso, una con gattodemone accluso)
200 g  spaghetti
30 g    burro
100 ml panna da cucina
½ cucchiaio di cacao
20 g    uvetta sultanina (una manciatina scarsa)
50 g ca. cipolla (una piccina picciò)
50-80 g prosciutto cotto, tagliato a fette quindi a quadrucci.
pochissima cannella in polvere
Far ammollare in acqua tiepida l’uvetta.
In un tegame far fondere a fuoco dolcissimissimo il burro, quindi unire la cipolla a pezzettini.
Far appassire, e dopo qualche minuto unire il prosciutto.
Cuocere fino a che la cipolla sia semitrasparente, quindi unire l’uvetta, il cacao e la cannella.
Portare a bollore, quindi condire gli spaghetti con questa “salsa dolce e profumata” - stavolta sono parole mie, eh?


Detto romano del giorno
A chi tocca nun se 'ngrugna.

A chi capita qualcosa di spiacevole non si deve crucciare, tanto…


Oggi ascoltiamo
Vincenza Pastorelli - Volevo un gatto nero (Gabry Ponte Remix)

Dal tango dello Zecchino d'Oro del 1969 alla techno dei tempi nostri... ohibó!