lunedì 24 giugno 2013

Chisce di melanzana

Dunque la frenesia culinaria ha preso il sopravvento, taccisù, e mi sono ritrovato, letteralmente, con le mani in pasta (frolla e brisée, per la precisione), e la triste melanzana che si lamentava del freddo del frigo è stata finalmente graziata per dar vita, se così si può dire, a una:



Quiche di melanzana. Che naturalizzata fa Chisce...
Be', se i cugini d'oltralpe usano dire Rossì, Cappellettì, Sgiorgió, pastà... perché non potremmo fare altrettanto? O continuare a farlo?
D'altronde l'abbiamo fatto per bordó, ragù, besciamella, maionese e paltó; chi scrive più bordeaux, ragoût, bechamelle, mayonnaise o paletot? Solo qualche snob pedante, o contapulci.
O il grande Allan Bay, che però è di tutt'altra pasta e merita solo la nostra incondizionata stima.
In Europa ci siamo scambiati più parole che merci, a ben vedere, e tra la comune origine indiana e i rapporti secolari (non sempre pacifici, anzi...) le parole hanno viaggiato e si sono acclimatate alla pronuncia locale.
Si sa che mayonnaise fa più chic, anzi scicche, ma noi non abbiamo bisogno di elevarci con altrui grafie.
Mica siamo cuochi, per giunta fransé, che se ne escono con: polpa di aubergine de Saint Donatien e uova dell'Alta Val Slesia con 2 gocce di olio di nocciolà (rigorosamente noisettes d'Avallon, mica del Piemonte, e tantomeno di Viterbo, eh?), con riduzione di rape rosse della Jura in Bordeaux (qui ci vuole...) del 1987 (mi raccomando l'annata) e caprino Banon (da capre munte il 23 aprile alle 6.45, ora legale)...
Quelli come me non hanno la Gioconda in salotto, e nemmeno una sua riproduzione se per questo.
Siamo alla buona, qui. Curiosi, coraggiosi, sconsiderati a volte. Ma alla buona.
Quindi fatemi pure dire chisce, che male vi fo?

Servono:
200 g    pasta brisée (o brisé, fate vobis)
500 g    melanzane (una grande)
200 g    formaggio morbido, tipo Amorefraterno, sì, quello per i Cischecchi (aridàje!)
1    uovo
1 spicchio d'aglio
sale, pepe q.b.
Tagliare in due le melanzane e inciderne la polpa.
Cuocerle in forno per un'oretta (o al microonde: massima potenza per 4+4 minuti, circa); poi tritarle.
Lavorare a crema il formaggio, unire la polpa di melanzane e quindi l'uovo e l'aglio tritato.
Salare e pepare.
Basta? Basta, che altro volete?
Foderiamo lo stampo della nostra chisce, lo mettiamo per almeno 10 minuti in frigo, visto che fa un caldo che strozza, e quindi ci versiamo la crême d'aubergine senza olio di nocciole né caprino e né rape rosse, ma banale formaggio cremoso, e nemmeno l'Amorefraterno , ma una sua pallida versione tarocca.

Si mette in forno a 180° per almeno una mezzoretta e si aspetta pazienti.
L'attesa, incucina, è sempre ricompensata.
Sfornare una volta freddata e consumarla calda, fredda o tiepida, senza timore.
È bona e fa bene.

Aforisma fransé del giorno
Non c'è travestimento che possa alla lunga nascondere l'amore dov'è, né fingerlo dove non è.
François de La Rochefoucauld, Massime, 1678


Oggi ascoltiamo un inglese (giusto per far dispetto ai fransé, ma solo a quelli spocchiosi)
Peter Gabriel - The Drop
http://www.youtube.com/watch?v=ROSf0DQCY-8&feature=youtube_gdata_player

5 commenti:

  1. da capre munte il 23 aprile alle 6.45, ora legale :D

    ora che ,dato il fresco ,il forno si può riutilizzare mi sa che la provo

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  2. Aspetta che te ne aggiungo un'altra...

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  3. "ci siamo scambiati più parole che merci". Ma con l'accento sulla i, vero Riccà: ché noi siamo gente de core, anzi con "il coeur in man ", pronti a riconoscenza e memoria. Parliamo invece di forno: sabato, tu crostata e io strudel, ma salato, né, con ricotta e carciofi e la soddisfazione perversa e compiaciuta che sì, questo caldo qui, proprio questo, quasi insopportabile, me lo sono voluta io, accendendo il forno a manetta e non l'abbattitore ( che non ho)!.Graaaaande soddisfazione. Sarò normale? E questa come la chiamiamo ziagamoush (scusa, scritto da cane, non trovo il caratterario adatto, mannaggiaame).'notte lau

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  4. šššššššššššššššššššìììììììììììììììììììììììììì! lau

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  5. Strudello salato? Bbbono! Vale la pena di soffrire col forno acceso pur di gustarsi una fettona generosa di una delizia del genere. Sarà che quando la febbre (culinaria) sale non guardo in faccia nessuno, tantomeno iol termometro esterno.
    Ma perché, Lau, volevi essere normale? Oddiono!... Ce ne sono già troppi, di normali, e i posti sono in diminuzione costante. Meglio essere sciroccati, svalvolati, svagati, eccentrici, outsiders, insomma a-normali.
    W Paperoga, insomma... šì šì!

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