venerdì 14 febbraio 2014

Brioscine con patate

Fior de patata
volevi tanto fa l'innamorata
ma er giorno dopo già te n'eri annata

Quest'anno ho deciso: niente aglio a chili, niente sarcasmo, e neppure quel solito acidume da vecchia zitella acida.
Tanto san Valentino non lo sopportavo nemmeno quando stavo in coppia, figuriamoci adesso...
E poi di sòle, in tutti i sensi, nella vita se ne prendono a sufficienza da farci infine alzar le spalle. 
E alla fine cosa resta?
Che il grande amore della mia vita, quello per cui ogni mattina preparo una bella colazioncina come questa:

 (spremuta, kefir, caffè, dolce e... sì, lecitina di soia)

... è quello che mi ritrovo davanti ogni volta che incrocio per caso uno specchio. E non certo per pettinarmi, ahimé...
Si sa, nella vita ci si trova e ci si innamora.
E qualche volta, pure, ci si perde. Succede.
Solo che magari ogni volta ci si stanca sempre di più.
Fino a quando?

Sono soltanto i pezzi di quel che sono stato, 
e addosso mi piovono troppe lacrime amare;
sono lontano da casa, e ho affrontato tutto da solo, per troppo tempo.
È come se nessuno m’avesse detto mai 

cosa vuol dire davvero crescere e che lotta sarebbe stata,
e nel groviglio dell’anima cerco di capire dov’è che ho sbagliato.
Troppo amore uccide, se non decidi mai 

tra un amante e l’amore che ti lasci dietro;
vai a capofitto nel baratro senza nemmeno accorgertene: troppo amore uccide, ogni volta.
Sono soltanto l’ombra di quel che sono stato
e sembra che non vi sia nessuna via d’uscita,
una volta ti davo il sole, oggi non faccio altro che intristirti.
Ma se tu fossi al posto mio? Vedi che è impossibile scegliere?
È inutile trovarvi un senso, e comunque mi muova sarò perduto.
Troppo amore uccide, come pure non averne affatto;
ti prosciugherà le forze, ti farà implorare, strillare, e strisciare,
impazzirai dal dolore, vittima del tuo crimine: troppo amore uccide, ogni volta
Troppo amore uccide, e farà della tua vita una menzogna,

troppo amore uccide, e non capirai perché.
Daresti la vita, venderesti l’anima, ma ogni volta è così: troppo amore uccide, alla fine.

Qui ci vuole qualcosa di tenero, dolce, che non smentisce e non tradisce.
Il cibo, certo. Cos'altro?...

Brioscine con patate
600 g   farina
450 g   patate
150 ml latte o yogurt
3          uova
12 g     lievito di birra
100 g   burro
100 g   zucchero
scorza grattugiata di un limone e di mezza arancia
un pizzico di sale

Fase 1) - Lievitino
Lasciare a temperatura ambiente le uova e il burro.
Impastare velocemente mezzo bicchiere di latte con farina sufficiente a forare una pastella sostenuta, e  lasciare il tutto a lievitare al coperto per circa 30 minuti, o almeno fino al raddoppio.
Nel frattempo lessare le patate, quindi pelarle e schiacciarle.
Si possono anche mettere nello schiacciapatate con tutta la buccia ed evitare così la seccatura di stare a pelarle scottandosi le dita e bestemmiando san Valentino, al quale se ne sono ne ho già dette abbastanza.
Farle raffreddare bene prima di procede con la lavorazione.

Fase 2) - Impasto
Unire in una ciotola gli altri ingredienti al lievitino: le patate, le uova (una alla volta), lo zucchero, il latte (o lo yogurt, ma anche il kefir, se si ha a disposizione), quindi le zeste degli agrumi e, a mano a mano, la farina. Ultimo il burro a pezzetti.
Lavorare con forza fin quando l'impasto inizia a staccarsi dalle pareti del recipiente.
Rovesciare quindi sulla spianatoia e lavorare bene fino ad ottenere un impasto elastico ed omogeneo.
Evitare di aggiungere troppa farina in più: è preferibile lavorare l'impasto come quello del panettone, infarinandolo solo lo stretto necessario. Se ne guadagnerà in sofficità.
Mettere a lievitare nella ciotola, coperto e al riparo dalle correnti d'aria, per un circa paio d'ore, o almeno fino al raddoppio del volume.

Fase 3) - Lavorazione
Qui ci si può sbizzarrire: palle, trecce, ciambelle, e ogni cosa che passi per la mente.
L'unico accorgimento è: non strapazzare troppo l'impasto, non sfibrare la maglia glutinica stendendolo sottile col matterello o torcendolo troppo in forme astruse.
Per delle brioscine tonde si prende una palla di impasto e se ne portano il lembi verso il centro, come per ammassarla, aiutandosi con le mani unte.
Questa è la famosa "piega del secondo tipo", che serra l'impasto e spinge a forza il glutine.
Infatti la brioscia cresce a sfera che è una bellezza:

 
Ah, quella "del primo tipo" è la invece una piegatura "a libretto", molto usata in panificazione, mentre quella "del terzo tipo" è l'incontro con il glutine alieno, che provoca arrossamenti e stati confusionali.
Come l'amore, sì. 

Fase 4) - Cottura
Infornare in forno caldo, i nostri classici 180°, per circa 15 minuti.
Quindi sfornare le brioscine, e se si vogliono lucidare si possono spennellare con uno sciroppo di acqua e zucchero lasciato bollire qualche minuto (il tempo di per farlo addensare) e far asciugare un paio di minuti in forno.
Oppure, più semplicemente, passare un velo leggero di sciroppo d'acqua e zucchero a velo.


Per presentarle con qualcosa che ricordi la passione si può preparare una salsa ai lamponi.
Frullarne un cestino e unirlo a uno sciroppo d'acqua e zucchero fatto bollire pochi minuti, quel tanto che basta per sciogliere lo zucchero.
Far bollire il tutto per cinque minuti.

Oppure una crema all'alchermes, sulla falsariga del mirtiglione o della crema alla lavanda:
1         tuorlo
25 g    zucchero
10 g    farina
50 ml  alchermes
Lavorare il tuorlo con lo zucchero, aggiungere la farina e poi, a poco a poco, facendolo assorbire bene, il liquore. Cuocere a fuoco basso, meglio ancora a bagno maria, girando e rigirando sempre, sino a far addensare la crema.

Non è un amore?


 Inquietante, intendo...

Aforismi del giorno
Non sappiamo per quale motivo amiamo. L’amore non sa né leggere né scrivere, è ignorante. 

Ferzan Özpetek 

Nella vita non c’è niente di più importante dell’amore.
la madre di Ferzan 

Un uomo che non riesce a far volare un aquilone, non riesce a far felice una donna. 
la zia di Ferzan, Betul

Oggi ascoltiamo
Freddie Mercury - Too Much Love Will Kill You

http://www.youtube.com/watch?v=A6umJkuKNtc&feature=related

mercoledì 12 febbraio 2014

Grimilde - Torta Regina

Per me, da repubblicano e laico (o miscredente) quale sono, l'unica Regina di cui abbia riconosciuto l'autorità, è stata sempre e soltanto questa:

La parola "capo", le gerarchie e le strutture piramidali sono tutte cose che mi ripugnano.
Credo che ciò dipenda da un'inveterata difficoltà ad accettare le figure autoritarie che non siano accompagnate da una corrispondente autorevolezza. Figuriamoci il vederle accreditate per diritto divino in forma ereditaria...
Il rispetto e la fiducia sono beni prezioni, e occorre guadagnarseli; non vanno mica dati così, alla leggera e a scatola chiusa solo perché qualcuno indossa una corona e il manto di ermellino.
E poi per la maggior parte dei casi i regnanti delle varie epoche sono stati nella migliore delle ipotesi dei coraggiosi capipopolo, e nella peggiore solo dei predoni usurpatori. Le monarchie europee non nacquero mica per elezione diretta, con le presidenziali, ma dalle gesta di coraggiosi e spudorati banditi, con buona pace degli antichi Greci.
Qualche dubbio? Basta vedere quelli che abbiamo avuto fino al passato recente qui in Italia: un manipolo di assassini (1) dall'aspetto di ridicoli cialtroni, in perfetto stile italico.
A questi personaggi non avrei affidato nemmeno la promozione di una marca di sottaceti.
Come? È stato già fatto? Ops...
Altrove, i re e le regine sono i residuati di un mondo che galleggia tra le onde del Medioevo e le schiume dell'Operetta.
Personaggi d'altri tempi, pensionati di lusso in un mondo in cui i "poteri forti" sono ben altri.


Eppure sono ancora rispettati e visti come simbolo dell'identità nazionale, basta vedere con quale tenacia siano aggrappati gli inglesi alla casata degli Windsor.
La pora reggina Betta, con quell'aspetto di mite nonna benevola e la sua manina a paletta che ruota nel salutare il pubblico e i suoi sudditi, deve sudare sette camicie da notte per tenere a bada il resto della famiglia.
Quando si dice la genetica impazzita.

                         

A questi improponibili personaggi sono preferibili allora le regine di fantasia, quelle alle quali la forza del mito ha donato un'immortalità cui nessun essere umano potrebbe mai ambire.
Vuoi mettere la sora queen... con Grimilde?


Con quello sguardo gelido e cattivo da Joan Crawford, la vera Regina Cattiva del Cinema di quei tempi (2), e quel labbruccio sollevato in una smorfia di sdegno da vera indomabile stronza?
Ogni volta però Grimilde me la raffiguro con le fattezze bellissime di Lucia Poli, che la rappresentò in teatro in un monologo di Stefano Benni.

La sua era una terribile strega, una "maestra di magia nera"  - come giustamente riconsceva Brontolo, che a differenza di quei babbei dei suoi colleghi fu l'unico a capire di che pasta fosse fatta la Nostra... - ma superata dal rapido avanzare dei tempi e resa obsoleta da altre più sottili stregonerie.
Oggi il decotto di mandragora non serve più, basta essere feroci e soprattutto abili a nel saper manipolare conti bancari cifrati e a manovrare larghi consensi di massa.
Oggi lo specchio a cui chiedere quale sia la più bella del reame è lo schermo luminoso di un computer acceso sulla homepage di un qualsiasi motore di ricerca. Con una semplice googleata si può capire se ancora si è considerati e riconosciuti se non come i più belli del reame almeno come esseri esistenti.
La vera strega, la vera Regina Cattiva dei nostri tempi è lo specchio, la superficie su cui compare solo chi esiste.
Il resto non è degno di nota, non è interessante. Semplicemente, non c'è.
E allora ben venga Grimilde, con i suoi unguenti di rospo di palude e le sue mele avvelenate (che oggi basterebbe risciacquare nel Lambro o nel Tevere per rendere più velenose d'un boleto satana).
Ben venga la sua spocchia di chi "sa" comunque d'essere la più figa del reame, ma poi è così insicura da doverselo sentir dire da uno specchio, e parlante per giunta.
Una che comunque non accetta compromessi.
Perché? Come, perché! Se una è Reggina...


Grimilde - Torta Regina
È una torta margherita che si lavora come una montata al burro.
Un delizioso e soffice ibrido.
280 g farina
125 g burro o margarina
150 g zucchero
4       uova
1 bicchiere di latte
1 bustina di lievito
scorza di mezzo limone gratttugiata e poco un cucchiaio di succo.

- Io c'aggiungerei pure n'anguilla de palude, bella strizzata!
- Maestà, quale onore!
- Ma che me stai na cojonà? Guarda che te faccio rospo più de quello che sei già, eh?
- Non oserei mai! Lei per me è un mito.
- Se, se, pija per culo, te!
- Ma Maestà, che modi!
- Ahó, e allora? Nemmanco na spremutina de cicuta o du gocce de sugo de salamandra ce voi mette?
- Meglio di no, mia Reggina, meglio di no...

Lavorare a crema il burro e lo 3/4 dello zucchero fino ad ottenere un composto chiaro e spumoso, quindi si aggiungono i tuorli, uno alla volta. Unire al composto il latte, alternandolo alla farina miscelata con il lievito.
A parte si montano gli albumi a neve con lo zucchero rimanente e un cucchiaio di succo di limone e si incorporano all'impasto con movimenti dal basso verso l'alto, molto delicatamente.
Infornare a 180° per mezz'ora abbondante. Fa fede, come sempre, la prova stecchino.


- Che poi, posso dì la mia?
- Prego, prego, dica pure, Maestà. Non vorrei mai che se la contraddicessi lei mi trasformi in una biscia o in un tafano...
- Ma figurete... Che tafano e tafano! So tutte palle, tutte fandonie, tutta fuffa!
- Cioè?... Lei non è una strega malefica? È questo che vuole dire?
- Macché strega e strega, tu nonna sarà na strega!
- Quindi è stata calunniata per anni?
- E certo! Una chiede una coratella de cinghiale e appena ariva er garzone der macellaro tutti che dicheno, a bassa voce: "Hai visto? Ha fatto squartà Biancaneve!... Povera, dolce bambina!"
- E invece?
- Invece dolce bambina un par de palle!
- Maestà, la prego...
- Oh, famme dì! Quella era na serpe 'n seno, ecco che era! Cattiva, egoista e perfida! Je faccio: "Bella de Grimilde tua, vamme un pò a prenne du locuste per la pozzione de stasera.." e quella come me risponne? "Vacce da sola, vecchia baldr..."
- Maestà!
- È che m'hanno torto la voce da secoli e nun me regolo. Sò secoli che sò cattiva. Quella no, eh? Ma sapessi, sapessi! Una che scappa de casa e se ne va a dì in giro che è stata scacciata che d'è, seconno te?
- Che so... Na stronza? Così, tiro a indovinare...
- Cor botto! E poi sta storia dei nani, oh senti, nun ne posso più! È riuscita a corompe anche er sor Grimme!
- Dice i fratelli Grimm? Quelli che hanno trascritto la fiaba?
- Sì, loro. A Gujermo la stronzetta je diede ventimila talleri, mica uno! Tsé!
- Hai capito?... E allora lei dice che è scappata di casa per farsi i fatti suoi?
- Eccome! I fatti sua nun lo so, ma il resto s'è fatta de tutto e de più! Era una ninfomane senza freni, quella!
- Oddio, questa poi...
- Ah, perché te credi ancora alla storiella dei nani, vero? Posso usà er piccì tuo?
- Prego...
- Guarda, guarda qui: la versioni russa da'a fiaba che non è riuscita a fa cambià.
- "Storia della principessa morta e dei sette cavalieri"... È quella scritta da Puškin, vedo.
- Sì, sì, lui. Guarda va, fatte na curtura!

 Сказка о мертвой царевне и о семи богатыря

Nella favola dei Grimm, la Biancaneve tedesca era circondata da sette nani, e mica tanto avvenenti...

... in quella russa invece c'erano sette cavalieri! E tutti bonazzi...


- Ma... Ci sono sette cavalieri! E pure uno meglio dell'altro! Hai capito la paracula?
- Ahó! E che linguaggio è questo? Te trasformo in bacherozzo, eh?
- Mi personi Maestà, ma ero così sorpreso che...
- Eh, dillo a me quanno l'ho saputo! Che te pare che montavo tutta sta caciara pe 'n re bacucco?
- Cioè, lei?...
- Me li volevo fa tutti io li cavajeri, e nun lascianne manco n'andicchia a qu'a str...
- Maestà!

P.S. Si sa, tutte le Reggine sono in realtà cafoncelle e bricconcelle. E romanacce...

Aforisma inglese del giorno
I'm just a musical prostitute, my dear

Freddie Mercury

Oggi ascoltiamo
Queen - Breakthru

http://www.youtube.com/watch?v=CEjU9KVABao

NOTE
1) Le leggi razziali del '38 le firmò Re Sciaboletta (o Re Pippetto, come diciamo qui). Ah, e l'Isola di Cavallo dice ancora qualcosa a qualcuno?...
2) Dai cui lineamenti si sono ispirati appunto i disegnatori della Disney nel '38.

lunedì 10 febbraio 2014

Sciù!

Ogni volta che entrava nel locale di Monsieur Foqué tutti gli sguardi convergevano magneticamente su di lei ed era come se nella sala le voci e il chiacchiericcio si attenuassero al suo passaggio. Lei avanzava quasi facendo finta di non notare lo scompiglio provocato semplicemente dalla sua presenza, che attirava l’ammirazione degli uomini e l’invidia delle donne; era come un’apparizione luminosa, più delle lampade che diffondevano una luce allegra e sfacciata nella sala del caffè.
Per lei la parola “splendida” era senz’altro la più appropriata.
Madame Altière frequentava il Café de Surprises quasi ogni giorno, ci veniva a prendere un tè con qualche sua amica o, se la giornata era così grigia e cupa, una rassicurante cioccolata calda accompagnata da uno dei tanti dolci che Monsieur Foqué preparava con le sue mani.

Ogni volta che la vedeva entrare Armand temeva che lei potesse sentire il battito del suo cuore, e restava affacciato alla porta del laboratorio con gli occhi sgranati e la bocca aperta a bearsi di così tanta grazia.
Ma la signora non sembrava neppure notarlo, come del resto non sembrava notare nessun altro nel locale, e passandogli davanti Monsieur Foqué gli sussurrava un “Et allors?” che lo faceva sussultare e tornare in fretta e in furia alle sue occupazioni.

La signora si sedeva con grazia sulla poltroncina e con un sorriso lieve lieve ordinava al cameriere quello che desiderava.
Armand sapeva tutto di lei, almeno tutto quel che un aiuto pasticcere poteva sapere di una signora della - come si diceva allora  - buona borghesia.
Sapeva che era rimasta vedova giovanissima, durante una delle tante guerre franco germaniche, e sapeva che viveva da sola, e pare che frequentasse solo poche amiche fidate. Ma sapeva soprattutto che amava il tè senza zucchero né latte e né limone, che amava i pasticcini di pasta frolla tanto friabili da sciogliersi in bocca, e le paste in cui una mousse au chocolat carezzava la lingua e l’anima.
"Oggi è più bella del solito!..." pensava, perso in quell'incantesimo.


Certo, Armand era di parte ma in effetti oggi la massa dei suoi indomabili capelli rossi che sembrava avere vita propria risaltavano ancor di più sul collo del suo abito scuro.
Cosa non avrebbe fatto solo per poterle parlare…
Quei giorni, mentre pensava a lei, aveva quasi fatto bruciare le brioches e nei frollini invece si un pizzico aveva messo una manciata di sale rendendoli immangiabili.
M. Foqué lo redarguiva senza troppa convinzione e quando lo faceva tornare coi piedi per terra e lo vedeva sbrigarsi nelle faccende che aveva perso per strada, lo seguiva con un mezzo sorriso nascosto sotto i baffi da tricheco. Aveva un debole per quel giovane talentuoso, che gli ricordava se stesso di qualche decennio fa, e sapeva che oltre a un lavoratore instancabile era anche un valido pasticcere e avrebbe potuto farsi strada se solo non fosse stato così distratto e svagato.

“ Be’, caro Armand - gli disse un giorno - credo che per la prossima settimana potremmo cominciare a offrire ai nostri clienti qualcosa di nuovo, di diverso, che ne dici? Magari un dolce che nessuno ha fatto mai... Pensiamoci. Dobbiamo stare sempre un passo avanti per essere i migliori!”
L’orgoglio di Monsieur Foqué era smisurato ma era comprensibile: veniva da una famiglia modesta, dove col duro lavoro aveva saputo farsi valere e far notare le sue qualità. Non era un vero e proprio maestro pasticcere ma sapeva come gestire al meglio il locale che aveva messo su con tanta fatica e tanti sacrifici, un caffè che era diventato la meta delle persone più in vista della città. Avrebbe potuto fare il giardiniere, l’impresario di pompe funebri o l’avvocato con lo stesso successo, vista la serietà, l’impegno e un’abnegazione smisurate che sapeva mettere sempre in ogni cosa.
Sapeva che Armand conosceva bene il suo lavoro ma non solo: sapeva che il ragazzo era anche in grado di avere un’inventiva che tante persone non riescono ad avere, quel coraggio di osare oltre il già visto e la curiosità di provare cose nuove che non era poi così comune. Era il discrimine tra l’artigiano e l’artista, lo sapeva bene, solo che Armand era troppo preso dai suoi sentimenti per rendersene conto. Andava, per così dire, guidato…
“Pensa qualcosa che possa sorprendere i nostri clienti, qualcosa di mai assaggiato prima, qualcosa di leggero, friabile insieme a qualcosa di soffice e cremoso… Non so… tu che dici?… Pensa come sarebbe soddisfatta la bella M.me Altière se le venisse servito qualcosa fatto espressamente per lei…” - e gli lanciò un'occhiata divertita.
Per poco Armand non fece cadere a terra la bastardella in cui stava sciogliendo dl cioccolato, e se anche Monsieur Foqué non lo avrebbe di certo apostrofato con un “Ganache!” non ci avrebbe comunque fatto una bella figura.

Nei giorni che seguirono cominciò a sperimentare, con i quattro elementi della pasticceria: uova, farina, zucchero e grassi. Come un alchimista d’altri tempi passò ore nel cercare di escogitare qualcosa che fosse degno del palato della sua amata M.me Altière. Impastò, caramellò, montò a spuma, glassò; sembrava che ogni momento del suo tempo libero fosse impegnato in una spasmodica ricerca di quel particolare dolce che potesse far sorridere di piacere la sua bellissima dama. Era stremato, non riusciva a venirne a capo: o si riduceva a rielaborare la pasta frolla o dava nuovi accostamenti all’impasto della quatre-quarts, ma oltre non riusciva ad andare.
Monsieur Foqué cercava di seguirlo e di consigliarlo ma non essendo un maître pâtissier non riusciva ad andare oltre le vette della sua notevole esperienza. Qui ci voleva un colpo di genio.
Una notte si addormentò su una seggiola, con la testa sul banco da lavoro, sfinito e sognò…
Sognò la splendida signora che entrava nel locale, ma era come se fosse avvolta da una nuvola. Non una nuvola soffice ed eterea, no, ma una nube solida, croccante e friabile, una leggera e fragrante nube che spandeva nell’aria un delicato profumo di uova e farina.
La donna s’avvicinò al laboratorio, lo cercò con lo sguardo e, con un gesto che avvolgeva quella nube profumata, gli sorrise.
Armand si svegliò di soprassalto, con le guance in fiamme e gli occhi stralunati.
Uovo! Solo l’uovo poteva dare quella leggerezza!
Si mise al lavoro e fece diverse prove. Il caffè era chiuso da un pezzo e nessuno poteva stargli attorno mentre trafficava tra gli ingredienti e le attrezzature.
Non le piace il dolce, non subito… Ci vuole un guscio che racchiuda il "vero" dolce…
E pesò, mescolò, cosse e infornò finché, alle cinque del mattino, tirò fuori dal forno una teglia di piccole pepite, leggere come nuvole, gonfie e croccanti e delicatissime.
“Sembrano choux! – pensò Armand, ridacchiano tra sé con gli occhi gonfi di sonno – Ora devo solo pensare a come farcirli, questi cavolfiori!”
Stette un altro paio d’ore a trafficare tra creme, panna e ganache varie quando, riempite le pepite di semplice crema pasticcera, si sentì soddisfatto ed orgoglioso. E si addormentò in un angolo fino all’arrivo di Monsieur Foqué e degli altri colleghi.
Inutile dire che il maître fu non solo soddisfatto ma entusiasta del capolavoro di Armand e volle che tutti ne assaggiassero la fragranza e la bontà.

Quel pomeriggio, all’arrivo di M.me Altière lo stesso Monsieur Foqué in persona si premurò di accoglierla e di farla accomodare, dicendole che c’era una sorpresa per lei, solo per lei.
La signora era un po’ confusa ma comunque lusingata da tante attenzioni, e quando si sedette Monsieur Foqué le fece portare del tè, il suo preferito, e un piattino con tre splendide beignettes, delle frittelline - così le chiamò il Maître – con diverse farciture. Due erano delle rotonde nuvole di pasta mentre una era leggermente allungata e glassata con una sottile pennellata di cioccolato.
Appena M.me Altière assaggiò un beignet le guance le si arrossarono, gli occhi si socchiusero in un sorriso di piacere.
Non si sentiva così felice e appagata da quando… da quando? Nemmeno lei avrebbe saputo dirlo.
Sapeva solo che sarebbe stata così, in quello stato di perfetta beatitudine per sempre.
Non era solo qualcosa di nuovo e di inaspettato, ma qualcosa di più… d’imprevisto, come un innamoramento, un lampo, un éclair.
Cercando di riscuotersi a fatica da quella sensazione di languore e allo stesso tempo di frenesia sensuale che l’avvolgeva cercò con lo sguardo Monsieur Foqué, che era poco lontano e aveva registrato con visibile soddisfazione tutte le reazioni dell’ospite.
Quasi balbettando M.me Altière espresse l’apprezzamento per quel dolce che non aveva mai assaggiato prima, e volle fare i suoi complimenti al Maître il quale, schernedosi con un leggero sorriso, le disse che il merito non era il suo ma del pasticcere Armand, che dalla porta del laboratorio, lontano, oltre la sala, stava assistendo a tutta la scena.
La dama volle conoscere personalmente l’autore di un dolce così prelibato e quando si trovò davanti Armand, tutto lustro per l’occasione e rosso in viso da far pena, capì che in quella nuvola di pasta e crema non c’erano soltanto i  quattro elementi della pasticceria, ma anche un quinto, il più importante, quello senza il quale non si riesce a far combinare mai gli altri quattro: l’amore.
Non sappiamo cosa si dissero Armand e M.me Altière, d’altronde si sa: a volte un bigné è meglio di mille parole.
Sappiamo solo che da allora i due divennero molto, molto amici e sei mesi dopo decisero di sposarsi.
Monsieur Foqué, visto il successo che aveva avuto quel nuovo dolce, decise di far diventare socio il novello pasticcere, che divenne il più famoso di Francia.

Bigné, choux (1), éclair...
Parole diverse che alla fine indicano tutte la stessa cosa: una scorza friabile e croccante che racchiude un cuore di crema o di panna.
A parte la leggenda romanzata, la pasta choux ha una lunga tradizione culinaria, sia per uso dolce che salato.
Qui, manco a dirlo,ne faremo un uso dolce. Dolcissimo.

Sciù
Dose per 15-18 sciù (a seconda di quanto si facciano grandi)
150 g    farina
120 g    burro   
4          uova
250 ml  acqua
Un pizzico di sale.
Far bollire l'acqua con il burro e il sale, togliere dal fuoco e versare insieme tutta la farina, mescolando bene con la frusta.
Rimettere sul fuoco e mescolando cuocere il composto finché sfrigola e tende a staccarsi dalle pareti per appallottolarsi.
Togliere dal fuoco e far intiepidire; se avete una pentola col fondo spesso poggiatela in una scodella dove avrete messo un dito d'acqua.
Versare ora le uova, una ad una, mescolando con cura e facendone assorbire bene una prima di aggiungere la successiva.
Far riposare qualche minuto, versare a mucchietti con un cucchiaio, o anche con la saccapposcia (2) sulla teglia ricoperta con carta forno, distanziandoli di 3 cm ca.
Eccoli quasi pronti:

Cuocere a 180° per 25-30 minuti.
Devono asciugare perfettamente all'interno e spesso non è facile azzeccare il tempo di cottura.
Le prime volte consiglio di farne un po' di più e verificare col proprio forno quale sia l'esatta tempistica.
Farli raffreddare per bene.


Una teglia di sciù richiede pressappoco un litro scarso di crema, pasticcera e/o d'altro tipo.


Dopo due anni che non ne facevo ho deciso di strafare.
Ho preparato della crema pasticcera soda, nella dose da 250 ml di latte:

Crema pasticcera soda
250 ml latte
40 g     farina
75 g     zucchero
1          uovo intero
Stessa procedura della pasticcera solita: mescolare uova e zucchero, aggiungere la farina, stemperare col latte e far addensare a fuoco dolce.
Ho diviso in due questa crema e in una metà ho mescolato 50 g di cioccolato fondente, facendolo sciogliere per bene, quindi ho messo le creme a raffreddare in due recipienti coperti da pellicola per alimenti applicata a contatto della superficie della crema, per evitare così il formarsi della fastidiosa pellicina. Con questa dose di crema ho farcito 8 sciù: 4 bianchi e 4 al cioccolato.
Si può usare la saccapposcia con il beccuccio sottile o anche la siringa da pasticceria oppure, più brutalmente, tagliando la calotta dello sciù e riempiendolo a suon di cucchiaini colmi.


Per gli altri ho preparato qualcosa di diverso. Una cosa che mi ricordasse l'infanzia e cosa nuova.
La prima è una...

Diplomatica allo zabaione
Sì, lo so, da noi viene detta Chantilly, ma propriamente una crema mescolata a panna montata andrebbe chiamata Diplomatica. Che farci? Incombe sempre lo spirito della Maestrina dalla Penna Rossa...
Si procede come per il mirtiglione, con le seguenti dosi:
1         tuorlo
30 g    zucchero
15 g    farina
50 ml  marsala dolce
Lavorare il tuorlo con lo zucchero, aggiungere la farina e poi, a poco a poco, facendolo assorbire bene, il liquore. Cuocere a fuoco basso, meglio ancora a bagno maria, girando e rigirando sempre, sino a far addensare la crema, che potrà essere usata solo una volta fredda.
In 125 ml di panna da montare ho versato la crema ormai diaccia - come direbbe Mastro Artusi - e ho montato a spuma omogenea la Diplomatica.

Con questa dose ho farcito altri 4 sciù, avendo l'accortezza di mettere in ognuno dei bigné un'amarena sciroppata Fabbri (3).
Senza è solo metà del piacere.

Quand'era domenica mio padre tornava da lavoro - sì, l'edicola era aperta anche di domenica, magari anche solo per mezza giornata - portando un consueto pacchettino legato col filo di rafia.
Sapevo già cosa contenesse: un diplomatico per mamma, una pasta al liquore per lui, diversi sciù alla crema e al cioccolato e lui: lo sciù allo Zabaione Chatilly. Con annessa amarena, ovvio.


Per altri 4 sciù ho preparato una Diplomatica con un altro tipo di liquore: alla lavanda.
Stesse dosi e stesso procedimento di quella allo zabaione, solo che al posto del marsala ho messo 40 ml di liquore alla lavanda.
Si può preparare lasciando in infusione un paio di giorni quattro cucchiai di fiori essiccati di lavanda in 200 ml di alcool e poi preparare uno sciroppo di 200 ml d'acqua e pari peso di zucchero.
Verrà un liquore molto, molto profumato, da usare quindi con molta attenzione.
Anche in questa ho messo l'amarena sciroppata Fabbri, che ci sta... un amore, appunto.


Per la copertura si possono decorare solo con una spolverata di zucchero a velo, oppure preparare una glassa all'acqua.
Si mescola dello zucchero a velo con poca acqua, versata poca per volta e mescolando fino ad ottenere un composto denso, che potrà essere spalmato con un cucchiaino sulla superficie dello sciù.
Questo tipo di glassa ci mette qualche ora per asciugare, mentre se invece dell'acqua si utilizza dell'albume, in un'oretta si avrà già la glassa asciutta.
Queste glasse possono essere profumate con aromi e colorare a piacere.
Se invece dell'acqua si usano un paio di cucchiai di Alchermes si otterrà una bella glassa rosa al sapor di cocciniglia. Ottima per gli sciù alla lavanda.
Quelli ripieni al cioccolato possono essere spalmati con poco cioccolato fondente fuso, che asciugandosi diventerà croccante, oppure con una glassa all'acqua (o all'albume) in cui sia stato sciolto dello zucchero a velo mescolato a un cucchiaino di cacao .


Far asciugare la glassa e poi... chiss’è visto s’è visto!!!

Aforisma francese del giorno
Le passioni sono i soli oratori che persuadono sempre. Sono come un'arte della natura le cui regole sono infallibili; il più semplice degli uomini che nutra una passione è più convincente del più eloquente che ne sia privo. 

François de La Rochefoucauld

Oggi ascoltiamo
Florent Pagny - Châtelet les Halles

http://www.youtube.com/watch?v=i3gVto7j3LI

NOTE
1) A Napoli, dove la chanteuse è una sciantosa, il gateau diventa gattó, il sartou si fa sartó, lo choux è, appunto, lo sciù...
2) Italianizziamo anche questa no? Del resto abbiamo già il paltó (magari di color bordó... )
3) Non amo scrivere il mome preciso dei prodotti, mi sempra una piaggeria bella e buona e una pubblicità non retribuita. Ma quanno ce vo ce vo! Nessun altro prodotto del genere gli sta alla pari. L'amarena sciroppata è l'amarena Fabbri, non si scappa, le altre sono solo pallide e scialbe imitazioni. Non so se dipenda dalla varietà d'amarena o dalla particolare lavorazione. So solo che hanno un sapore indescrivibile: dolce e aspro al punto giusto. In una parola: sublimi.

giovedì 6 febbraio 2014

"Mentecatti" e "polverosi"... I frollini andalusi di farina tostata

Tanto lo so che sono fatto così.
Una volta iniziato con un ingrediente - come la farina tostata, per esempio, con la quale avevo fatto questa zuppa - lo dovrò sviscerare, ricavarne di tutto e coniugarlo in tutte le sue declinazioni.
Che spesso, ahimé, per uno che non è cuoco di professione, portano a vicoli ciechi.
Sai quando cucini e pensi a cosa stai facendo, e pensi di farlo nel modo giusto, nell'osservanza di un equilibrio di dosi che si suppone ottimale e poi, d'amblé, vuoi per qualche ingrediente traditore, vuoi per una cottura sbagliata, vuoi perché uno è irrimediabilmente pecione (1), ecco fuoriuscire la ciofeca terribilis, che è solo l'incubo di quello che avevamo in mente?
Succede, eccome se succede.
Stavolta, invece, non so perché...
- Come, non sai perché. Sai benissimo perché!
- Dici che dipende dalla tua incresciosa vicinanza, Leppagorre?
- Non so se è in crescita, e comunque lo sarebbe sempre meno della tua panza, ma sì, senza alcun dubbio!
- Che cafone senza fine... Non bastano quelli che uno incontra nella vita, no, ci mancavano anche quelli interiori, pover'ammé!
- Insomma, hai visto che hai detto e hai fatto e qualcosa di buono t'ho ispirato?
- Hai capito, l'avrai estorto a qualche povero disperato mentre gli stavi inteniato (2) senza ritegno nelle trippe!
- Io non uso mai le tenaglie, cosa te lo fa pensare?
- Se, bonanotte!
Insomma, tra ire e ore (3) si vuol prendere sempre il merito di qualche fortunosa intuizione.
Ma tanto lo so com'è fatto, e così lascio correre.

Poi, curiosando in Rete ho scoperto che quel biscottino che era fortunosamente riuscito così bene non solo esisteva già da tempo, ma è anche un dolce tipico andaluso, un biscotto che si prepara per le feste natalizie. E chi l'aveva immaginato?
Fa parte della famiglia dei Mantecados (da manteca, grasso) e nella ricetta originale si utilizza lo strutto (la manteca de cerdo), come si fa anche da noi in varie parti dell'Appennino per le crostate.
Dal Mantecado deriva il Polvorón, "il friabile", nel cui impasto compare la frutta secca, in genere le mandorle.


Le proporzioni sono quelle tipiche di una frolla: X farina, X/2 di grasso (burro, strutto, olio d'oliva e, dal forum di gennarino, anche l'olio di riso) oltre a una quantità di zucchero che va da X/3 a X/2.
E nel nostro caso anche frutta secca, in peso pari a quello dello zucchero.
Una vera e propria frolla, se non per un particolare: la farina va inizialmente fatta tostare, in forno o in padella, per farla asciugare completamente, il che dà alla pasta una friabilità inusitata oltre e farle assumere un sapore particolarmente gradevole.
E credo che renda anche più digeribili gli amidi della farina, un po' come avviene col roux (la farina cotta nel burro) quando si prepara la besciamella.
Insomma, un biscotto che oltre a essere superfriabile è saporito, delicato e, come tutti i frollini, versatile.
Vi si possono aggiungere mandorle o altra frutta secca triturata, la scorza grattugiata del limone o dell'arancia, e spezie quante e quali se ne possono concepire.
Che so: mandorle e limone (e cannella), mandorle e arancia (e cardamomo, o chiodi di garofano),
nocciole e cacao (al massimo il 10% della farina utilizzata, da dedurre da questa), pistacchi e tè matcha in polvere.
Insomma, non c'è che l'imbarazzo della scelta.
Se si decide di usare l'olio (o lo strutto) invece del burro bisogna ricordarsi di ridurne sensibilmente la quantità (di quel 20% che nel burro è dato dall'acqua).

"Mentecatti" e "polverosi"
300 g   farina
170 g   burro, freddo di frigo
60 g     mandorle (non sbucciate)
60 g     zucchero
1         uovo
Una grattatina di scorza d'arancia
Stessa procedura della frolla, con un'operazione propedeutica: la farina va fatta tostare fino a farle assumere un colore beige, o avana come si diceva una volta.
In una padella abbastanza ampia diventa anche più facile da gestire, dovendola smuovere frequentemente per non farla bruciare sul fondo, ma la cosa si può fare anche in forno, su teglia.
Basteranno pochi minuti.
Una volta preparato l'impasto, che (lo ripeterò fino alla nausea) non va lavorato troppo, lo si fa riposare in frigo per almeno una mezz'ora, avvolto in pellicola per alimenti o al riparo d'una ciotola coperta.
Quindi si stende la pasta, magari aiutandosi con due fogli di carta forno, vista la sua delicatezza e morbidezza, e si ricavano con la formina preferita tanti bei biscottini da sistemare sulla teglia, precedentemente rivestita di carta forno.
Se i Polvorónes hanno lo spessore d'un dito (e ci credo: se fossero più sottili non sarebbero commercializzabili, data la loro delicatezza) io ho deciso di farli come dei regolari frollini, alti mezzo centimetro.
Cuocere a 170° per 15 minuti, senza farli colorire troppo o altrimenti perderanno la loro friabilità.
Si mantengono bene in una scatola di latta, visto che sono molto sensibili all'umidità.
E quindi, una volta freddati, tuffati nella panna...


 o nella Chantilly di zabaione, che posterò presto, molto presto...



E mentre mi beo di piacere, assaporando un frollino che si scioglie in bocca e una crema che ricorda l'infanzia, mi viene il dubbio...
- Ma per caso sei stato in Spagna, nel corso dei tuoi 622 anni?
- Spagna? Eccome! In Andalusia, per la precisione.
- Oh, che darei per andare in pellegrinaggio in Andalusia!... Granada, Siviglia, Cordova... Passare in rassegna tutti gli itinerari lorchiani!...
 - Entre lo que me quieres y te quiero,
   aire de estrellas y temblor de planta,
   espesura de anemonas levanta
   con oscuro gemir un año entero
. (4)
- Ma questo... Non solo parli spagnolo, ma questo...
- Sì, non dire niente... Qualcuno che conoscevo era suo ospite. Qualcuno che m'era molto, molto caro...
- El duende... era tuo amico?
- Duende Lopez y Gutiérrez y Navarro y Domínguez y Muñoz y...
- Ho capito, ho capito! Bastava il nome di battesimo!
- Che spirito! Che irruenza! Che forza travolgente!...
- E ho capito, dài, calmati. A quanto pare eravate molto in confidenza se ricordi i versi del suo ospite.
- Del suo ospite?... Guarda che questi li aveva scritti per me, per me solo!
   Llena, pues, de palabras mi locura
   o déjame vivir en mi serena
   noche del alma para siempre oscura
. (5)
- Per te solo, eh? Come al solito mi prendi in giro! E che fine ha fatto, allora? Sapresti dirmelo?
- Non l'hai capito, vero?
- Come? Cosa? Cioè?...
- Cosa pensi che succeda quando un ospite viene...
- Ah!... E così anche lui...
- In un soffio! 
   Así mi corazón de noche y día,
   preso en la cárcel del amor oscura,
   llora sin verte su melancolía.
(6)
- ... vado... a preparare... altri due biscottini... snifff!
- ... fanne... almeno un chilo!... sniff sniff!

E dopo un chilo di biscottini...
- Di' un po', ma non ti sembro Amparo?...


- A npar de p...., e levete!
- ¡Malo!...

Poesia spagnola del giorno... anzi di sempre
Ay voz secreta del amor oscuro


Ay voz secreta del amor oscuro
¡ay balido sin lanas! ¡ay herida!
¡ay aguja de hiel, camelia hundida!
¡ay corriente sin mar, ciudad sin muro!

¡Ay noche inmensa de perfil seguro,
montaña celestial de angustia erguida!
¡ay perro en corazón, voz perseguida!
¡silencio sin confín, lirio maduro!

Huye de mí, caliente voz de hielo,
no me quieras perder en la maleza
donde sin fruto gimen carne y cielo.

Deja el duro marfil de mi cabeza,
apiádate de mí, ¡rompe mi duelo!
¡que soy amor, que soy naturaleza!

                                                    FGL
(7)

Oggi ascoltiamo
Camarón de la Isla - Nana del Caballo Grande

http://www.youtube.com/watch?v=gpxgmuEJ8Go

NOTE
1) Pecione - Maldestro, goffo, inetto per i lavori che richiedono attenzione e precisione. Io, insomma.

2) Inteniato - Avvinto nell'apparato digerente come una tenia. Verbo che si può usare solo in riferimento ai gastrodemoni, ovviamente.

3) Tra ire e ore - Tra una cosa e l'altra.

4) Tra l'amore mio per te e tuo per me,
    vento di stelle, fremito di pianta,
    densità d'anemoni solleva
    in un gemito cupo, un anno intero.

5) Cura la mia follia con le parole,
    sennó lasciami andare alla serena
    notte dell'anima, eterna e oscura.

6) Con il mio cuore notte e giorno chiuso
    piange nel buio carcere d'amore,
    senza vederti, di malinconia.

7)Oh voce occulta dell'amore oscuro!
   oh belato senza lana, oh ferita,
   camelia sfiorita, ago di fiele,
   flusso senz'acqua, città senza mura!

   Oh notte immensa di linea sicura,
   monte celeste di protesa angoscia!
   Cane nel cuore, oh voce inseguita!
   Silenzio senza fine, iris maturo!

   Voce ardente di gelo, via da me!
   Non farmi perdere nella sterpaglia
   dove gemono carne e cielo sterili.

   Libera il duro avorio della testa,
   pietà di me, spezza il mio dolore!
   Perché sono natura, sono amore!

sabato 1 febbraio 2014

Giglietti di Palestrina

Mamma Elena non era nata a Roma ma a Palestrina, un paese dei Monti Prenestini distante una trentina di chilometri dalla capitale, e che la bardassa (1) ricordava sempre con affetto.
Un paese piccolo, come tanti del centro Italia, con le case in pietra, i tetti a tegole rosse e il selciato di grosse pietre laviche. Questo, almeno, nel vecchio centro storico...
Eppure L’antica Praeneste  - da cui deriva anche il nome dalla via consolare, la Prenestina - risale all'VII secolo a.C. e contende a Roma il primato di città più antica, il che rende ancor oggi i suoi abitanti fieri in qualche modo non solo di non essere romani, ma di esserci stati molto prima che venisse fondata Roma.
È solo per un disperato e disperante senso d'inferiorità che la provincia ama e odia il capoluogo, la Grande Città, e tende così a enfatizzare ogni suo minimo particolarismo con cui darsi quell'aria di smisurata importanza che a noi "cittadini" pare esagerata, ma che concediamo loro con un malcelato sorriso perché sappiamo che è l'unico espediente che abbiano per puntellare l'orgoglio e il bisogno di sentirsi degni di comparire su una carta geografica.
Il campanilismo ha sempre quel sapore di ristrettezza e di chiusura, di vanagloria per un muffito e mitico passato, spesso creato ad hoc (2). E questo vale sia per un un novello stato balcanico o post-sovietico come per un qualsiasi paesino dell'Appennino di questo nostro povero e disgraziato Paese.
C'è da dire però che di passato Palestrina ne ha davvero, e anche illustre.
Il Tempio della Fortuna Primigenia, per dirne una, era un santuario molto frequentato nell'antichità e dava al villaggio un prestigio che altri posti del Lazio non avevano.
Poi l'assimilazione romana, come sempre violenta e brutale, lo rese sì parte di una realtà molto più estesa, ma la cittadinanza venne pagata col caro prezzo della sudditanza e del genocidio (della popolazione maschile, ovvio, in puro stile, ben collaudato, del "ratto delle Sabine").
Successivamente il paese s'è anche onorato d'aver dato i natali al compositore rinascimentale Giovanni Pierluigi (da Palestrina, appunto), famoso per la sua sterminata produzione di musica, per lo più sacra, tra cui pregevoli opere polifoniche.
In tempi più recenti la zona ha avuto il vanto d'aver prestato lo sfondo (3) all'immaginario paese di Stagliena, in "Pane amore e fantasia" di Luigi Comencini. Molte scene del film furono infatti girate qui, ma soprattutto presso la cittadina arroccata sulla collina antistante, Castel San Pietro Romano (detto lo monde, in dialetto prenestino).
Gli abitanti del luogo sono ancor oggi orgogliosi di aver contribuito a quello che fu allora un grande successo di pubblico (ebbe tre sequel, cosa non comune per gli anni Cinquanta) e di veder immortalati sullo schermo gli angoli più caratteristici del loro amato paese.
Chi non ricorda Vittorio De Sica, sempre signorile ed elegante anche in una divisa da maresciallo dei carabinieri, Tina Pica, la domestica (Caramella sì, ma al rabarbaro...)


Tina Pica - "La Gente..."

e poi Marisa Merlini, la levatrice "scandalosa" perché ragazza-madre (già, era il 1953...), l'immancabile romanaccio, Memmo Carotenuto e, soprattutto, un'indimenticabile Gina Lollobrigida nei panni di Maria, una bellissima ed esuberante paesana soprannominata la Bersagliera perché verace e sanguigna, a cavallo dell'asinello Barò.

Il film ebbe uno smisurato successo di pubblico, tanto che il soprannome di Bersagliera perseguitò per molto tempo la Lollo, ma fu anche accusato di tradire lo spirito del Neorealismo, che aveva svelato gli altarini di un paese che nel Dopoguerra si ritrovava con le pezze al culo, e d'allontanarsi dai ladri di biciclette e dai paisà a favore d'una commedia brillante che serviva solo a distrarre le masse dai loro problemi reali.
In realtà le masse sapevano bene quali fossero i loro problemi, e distrarsi, almeno per la durata di un film, era l'unico modo che avessero per non ritrovarseli sempre sotto gli occhi.
E poi chi dice che anche col sorriso non si possano far vedere e capire molte cose?
Nel film De Sica chiede a un contadino: "Che te mangi?", e lui: "Pane, marescià!", "E che ci metti dentro?" "Fantasia, marescià!"
Ma si sa, l'Italia è un paese dicotomico, se non politomico; il lungo tempo di divisione vissuta dalla fine dell'Impero romano ci ha installato nel DNA il piacere di dividere il bianco dal nero, i Guelfi dai Ghibellini, il centro dalle periferie, l'impegno dal disimpegno, l'alta cultura da quella popolare. A ben vedere, non è tanto il Calcio lo sport nazionale, ma il Tifo.

Insomma, cos'altro ha di caratteristico, di tipico, Palestrina?
Li gnocchi a coda de soreca, cioè gli gnocchi a (forma di) coda di topo?  Mh...Tra strozzapreti, lingue de socera, cecamariti e altri nomi vari ritroviamo sempre lo stesso tipo di maccheroncelli lunghi fatti a mano: acqua, farina e via.
Le fettuccine al ragù? La polenta con salsicce (qui, come a Roma, sarcicce) e spuntature?
Le minestre di fagioli, di broccoli, di ceci? Mhhh... Tutto bono ma non proprio così "tipico".
No, la vera specialità di Palestrina, alla quale dal '98 viene dedicata anche una sagra la prima settimana d'agosto è il Giglietto, anzi "re Giglietto", un biscotto a forma di giglio fatto solo con farina, zucchero, uova e buccia di limone.
E quanto so bone le cose più semplici... no?
La ricetta ha origine antiche ma ben accertate.
Nel 1644, con la morte di Urbano VIII dei Barberini, la nobile famiglia fu accusata di aver male amministrato il denaro della Camera Apostolica. E non senza ragioni: scempi edilizi, malversazioni,corruttele di varia natura contraddistinsero l'operato dei principi. Una delle zozzate peggiori di papa Urbano VIII fu del 1625, quando per costruire il baldacchino di San Pietro e i cannoni per Castel Sant’Angelo si fece venire la bella idea di far asportare e fondere le travature bronzee del pronao del Pantheon.
Morto papa Urbano quindi i Barberini furono costretti ad allontanarsi da Roma e si rifugiarono in Francia, alla corte di Luigi XIV, portandosi dietro un buon numero di segretari, paggi, cuochi e oltre alla consueta numerosa servitù dei signori dell'epoca.
Esuli sì, ma con tutte le comodità...
Durante il soggiorno a Parigi i cuochi romani appresero dai colleghi francesi la ricetta d'un biscotto a forma di giglio, simbolo araldico di Francia, fatto di sola farina, zucchero e uova.
Un impasto che la cucina francese di oggi, peraltro, non utilizza più.
Una volta tornato in Italia il carrozzone principesco, i cuochi provarono a confezionare con gli stessi ingredienti dei biscotti che raffigurassero le api dei Barberini, ma essendo de coccio non riuscirono nell'intento, e quindi seguitarono a dar loro la forma di giglio. E come attenuante addussero il fatto di voler ricordare l'esilio in terra straniera. Se, lalléro!...(4)
Da allora i Giglietti sono uno dei dolci tipici, se non quello più rappresentativo, della città prenestina (5).
Oggi vengono prodotti solo in alcune pasticcerie della città, tra le quali questa, che per chiare ragioni è una delle mie preferite.

Giglietti di Palestrina
La ricetta del Giglietto viene riferita alla "Libbra inglese", tanto che le nonne del paese usavano come misuratore na libera de giglitti, corrispondente a 333 g di biscotti.
Per tre libbre di biscotti si avrà quindi un chilo di Giglietti.
333 g  farina       
333 g  zucchero       
5        uova (ognuna circa 66 g, quindi... 333 g, i conti tornano)
Un pizzico di sale, una grattata di scorza di limone
Lavorare a spuma le uova con lo zucchero, fino a ottenere un composto filante, che "scriva", come per il pandispagna.
Quindi unire la farina, con delicatezza, con movimenti dal basso verso l'alto.
Su un piano ben infarinato disporre l'impasto poco per volta, dandogli una forma allungata.
Tagliare tre serpentelli, che andranno disposti sulla placca (coperta di carta forno, o imburrata e infarinata) e uniti alla base con una leggera pressione, o 'ncacchiati (6), come si dice lì: la parte inferiore forma il gambo del giglio, mentre quella superiore viene divaricata un po' in modo da formare i petali.
I biscotti vanno fatti riposare qualche minuto prima della cottura, il tempo che il forno si scaldi. Ciò farà distendere la pasta.


Cuocere a 180° per 10 minuti, a coloritura appena accennata. Non troppo, altrimenti s'induriscono.


La cosa bella dei Giglietti è che vengono formati direttamente su teglia, e quindi non ce ne saranno mai due uguali.
Proprio come tutti noi.
E se qualcuno venisse a insinuare che somigliano ai savoiardi?
Giammai!!! Tagliate loro la testa!

Detto romano del giorno
Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini

Quello che non hanno fatto i barbari, lo hanno fatto i Barberini

Sì, è latino, anche se d'epoca recente. Ma sempre romano è...
Apparve su un bigletto appeso all collo di Pasquino, la "statua parlante" che accoglieva le lamentele, le satire e gli sberleffi del popolo romano. Quello alfabetizzato, ovviamente.
I Barberini, proprio in virtù delle cariche e dei poteri ottenuti, fecero più danni alla città dall'interno di quelli che avrebbero potuto fare i barbari in un'invasione. Il che è tutto dire...

Oggi ascoltiamo
Gina Lollobrigida - È meglio a pazzià

http://www.youtube.com/watch?v=7kqNnEY-fJI

NOTE
1) Bardasso, ragazzo, giovane, in dialetto prenestino.
2) Come la sfilza dei tartan scozzesi, le cui attribuzioni per clan non sono così antiche come si voleva dare a intendere. Di tradizoni inventate di sana pianta hanno parlato ottimamente Eric Hobsbawm e Terence Ranger in The Invention of Tradition.
3) Mi rifiuto di usare l'anglicismo location, di cui oggi si fa uno sfoggio improprio e ridicolo: "Peppino, quale sarà la location della tua festa di compleanno?" - "Ma la pregevole villa di Cecafumo, ovvio..."
Ecco, come dicono efficacemente gli amici nordici: anche no...
4) Esclamazione che lascia intendere: "A chi vuoi darla a bere?"
5) Due anni fa, al Salone del biscotto di Alessandria sono stati considerati , tra i trecento più caratteristici delle varie regioni italiane, uno dei biscotti da provare almeno una volta nella vita.
6) Il cacchio, oltre ad essere ormai un eufemismo per un'altra parola più scurrile, è il germoglio del tralcio della vite, o anche un piccolo grappolo d'uva. In genere però un cacchio è qualsiasi germoglio (pollone o succhione che sia) che ricacci (o ricicci) da una qualsiasi pianta.