La piccola Nina è già una gourmet in erba (e pannolino).
Ho già accennato qualcosa di lei in occasione della Gufotorta di compleanno, ma devo aggiungere altro, visto che m'ha ispirato il prototipo dell'ultima torta.
Molti bambini capiscono molto presto che il cibo non è solo "roba buona da mangiare" ma anche qualcosa da assaporare e con cui passare il tempo.
Ecco, è strano, ma lei sembra già saperlo da sempre: il gusto del cibo è in lei una cosa innata.
A lei piace davvero mangiare.
È più facile sollevarla di peso che toglierle dalle dituzze il biscotto o il tozzetto di pane a cui s'aggrappa come Linus alla sua coperta.
Sente da diversi metri il rumore della plastica quando si scarta qualcosa, e accorre ovviamente al volo.
Metti che le si nasconda qualcosa...
Nel suo linguaggio ancora in formazione chiama "calla" (sincope di caramella) tutto ciò che significa "buon cibo dolce, uno qualsiasi, basta che me lo dai".
Racconta la madre che una sera, mentre si guardava la tv, ecco passare lo spot dei cioccolatini Lindor.
Una colata di fluido denso, dolce già alla vista, che va a riempire un gigantesco bonbon in primo piano, a tutto schermo.
E lei, con gli occhi sgranati, rapita da tanta visione, che sussurra: "Calla... calla..."
Tutti noi ne ancora ne ridiamo.
Come non chiamare allora Torta Calla qualcosa di ghiotto, di decadent (come dicono oltremanica), di appagante al massimo grado?
Lo so, a me non occorre il pavone ripieno di pollo ripieno di tordo ripieno di quaglia ripiena d'oliva farcita.
Non servono le architetture del divino Carême (nostro santo patrono) né sette piani di farciture fantasiose.
Mi contento dei sapori, dei particolari, di tutto quel che dentro di me mi fa sospirare un silenzioso: "Calla... calla..."
Per la base
150 g farina
200 g zucchero
40 g cacao amaro
100 g burro
2 uova
125 ml latte
1 bustina di vaniglina e 2 cucchiaini di lievito vanigliato
Il procedimento è quello solito delle paste montate.
Lavorare a lungo il burro (lasciato ammorbidire a temperatura ambiente)
con lo zucchero e la vaniglina finché non diventa una crema soffice.
Aggiungere, una alla volta, le uova, amalgamandole bene al composto prima di aggiungere il successivo.
Unire i secchi, cioè la farina, il cacao e il lievito ben setacciati, alternandoli con il latte.
Versare in uno stampo da 20 cm e cuocere a 170° per almeno 40 minuti.
La torta si può preparare anche il giorno prima, così avrà tutto il tempo, freddandosi, di stabilizzarsi.
Una volta fredda livellarne la superficie e tagliarla in tre strati.
Per la farcia
200 g mascarpone
200 ml panna da montare
2 cucchiai di zucchero a velo
4 cucchiai di salsa Mou
Montate insieme la panna e il mascarpone.
Come abbiamo visto nella Gufotorta, i due ingredienti viaggiano d'amore e d'accordo sotto le fruste
elettriche.
Aggiungere a metà dell'operazione di montaggio un po' di zucchero a velo.
Occorre poi la salsa Mou...
Ora, non è certo un segreto, ma la salsa Mou è qualcosa di estremamente godurioso e molto "Calla".
È proprio quel che ci vuole per rendere ottimo qualcosa di buono.
Devo la sua ricetta a diverse fonti in rete, tra cui anche quella di Arabafelice.
Salsa Mou
La sua preparazione è semplice e anche relativamente veloce.
Occorrono:
200 ml panna
400 g zucchero
Perché 'ste dosi spropositate? Non per la ricetta, certo, dove ne basta poca, ma per tenersene un bel barattolone da 600 g in dispensa.
È Calla, e fa sempre bene.
In un tegame dal fondo spesso, far caramellare a fuoco basso lo zucchero, girandolo spesso per farlo sciogliere in modo uniforme.
Lo zucchero non deve diventare troppo scuro, perché darebbe alla salsa un sapore amarognolo.
Quando il caramello avrà raggiunto il colore bruno ambrato, spegnere la fiamma e fate intiepidire qualche istante, magari poggiando il pentolino in una scodella cola d'acqua fredda, per fermare la caramellizzazione dello zucchero.
Inoltre se il caramello fosse troppo caldo farebbe evaporare la panna.
Questa va scaldata quasi a bollore prima di aggiungerla al caramello.
Mescolare e rimettere il pentolino sul fuoco basso, sempre mescolando, finché la panna non sarà completamente amalgamata al caramello. Si conserva anche a lungo in un barattolo di vetro, e qualora dovesse
diventare troppo solida basta scaldarla qualche istante a bagnomaria per
farle ritrovare la sua cremosità.
Assemblaggio:
Sul primo strato di torta spalmare metà della farcitura, quindi un paio di cucchiai (abbondanti) di salsa mou.
Altro giro, altro regalo: coprire con un'altra fetta di torta e ripetere l'operazione.
La calotta del dolce è rimasto come uscito dal forno, e l'aspetto è spartano, lo so.
L'ho detto che si trattava di un prototipo.
E se venisse voglia di bicchierini cremosi?
Magari inframmezzati anche da qualche fragola e un'arancia a pezzettini?
E anche sormontati da una fettina d'arancia caramellata?
(Basta tagliarla sottile e farla andare in un padellino antiaderente con poco zucchero finché questo caramellizzi assieme al succo dell'arancia.)
Bisogna sempre assecondare i desideri, anzi: bisogna sorpassarli a destra, essere più svelti di loro, sorprenderli dietro l'angolo quasi a prevenirli.
Perché? Come, perché: ma perché noi valiamo, no?
Punto.
Detto romano del giorno
Pila intronata va ccent'anni pe' ccasa.
La pentola rotta sta sempre in casa.
Oggi ascoltiamo
Antonella Ruggiero - Echi d'Infinito, live Sanremo 2005
http://www.youtube.com/watch?v=6uS4tinkTnk
mercoledì 6 marzo 2013
domenica 3 marzo 2013
Panchecchi
Quand'ero (ancora più) piccolo restavo basito nell'osservare uno strano comportamento presente nei film o telefilm di matrice nordamericana.
I personaggi di turno si svegliavano, cisposi e incazzati di dover andare a scuola o al lavoro e, girando per casa con un occhio ancora chiuso, sbattendo la fronte sugli stipiti delle porte e, grattandosi le pudenda, cosa facevano?
Andavano dritti dritti a far colazione con le frittelle...
E io restavo sospeso tra il disgusto e l'ammirazione di tanta decisa disinvoltura.
Ma come, facevo tra me e me, questi si sono svegliati due minuti fa e cosa desiderano di più al mondo?
Mangiarsi delle frittelle! E grosse come piatti, per giunta...
Mah, mi dicevo, evidentemente hanno il fegato talmente spappolato da uno sconsiderato uso alimentare che quelle frittelle non avrebbero di certo peggiorato una situazione giunta al limite dell'infarto de panza, di capannelliana (1) memoria.
Solo col tempo ho capito che quello era soltanto un maldestro calco linguistico, o un vero e proprio errore di traduzione puro e semplice.
Non era che i nostri amici statunitensi amassero iniziare la giornata con le zeppole o i fatti fritti, con krapfen e bomboloni appena sgocciolati dall'olio e rivestiti di sciroppo dolciastro.
No, quelle non erano frittelle, nell'accezione italiana del termine (maledetti i traduttori dell'epoca...) ma, semplicemente, una sorta di crêpe.
Sì, bisogna chiamare le cose col loro nome e usare il termine estraneo alla nostra lingua, quando non se ne abbia uno nostro.
Chi direbbe barra per bar? O arzente per whisky? Nessuno, certo.
Possiamo anche fare i grandoni e chiamare le crêpes crespelle, memori del fatto che sono state portate in Francia, come gran parte della cucina transalpina, una certa Caterina Maria Romola di Lorenzo de' Medici, detta semplicemente Caterina.
Sì, lei, la bastardona della strage degli Ugonotti.
Ma anche quella che, andando in sposa di Enrico II, è partita con chicchere e piattini, anzi con cuochi e tegami, e ha rivoluzionato le usanze alimentari francesi.
Ha introdotto l'uso della forchetta, tanto per dirne una.
Certo, gli ugonotti superstiti non avrebbero certo ringraziato per questo relativo salto di civiltà.
Ogni cosa dev'essere sempre considerata nel suo ambito.
Se poi vogliamo farci le crêpe e chiamarle crespelle o fritattine chi ce lo nega?
L'importante, come sempre, è non perdere di vista la sostanza a vantaggio della forma.
E quindi cedere al piacere di una cultura "altra", di altri usi, anche solo alimentari, e provare il piacere dell’altra lingua, o anche di ciò che già conoscete nella sostanza ma è mascherato in altra forma.
Certe delizie, poi, come i pancake, sono senza confini.
Veri e propri patrimoni dell'Umanità.
Ne ho provate diverse, come al solito mio e, alla fine, la ricetta che mi ha convinto è stata quella di Ziopiè, riportata qui e ripresa da questo sito.
Occorrono:
200 g farina
2 uova
250 ml latte
3 cucchiai d'olio di semi
1 cucchiaio zucchero
1/2 cucchiaino di sale
2 cucchiaini lievito in polvere
Mescolare gli elementi secchi, unire quindi i liquidi e, con delicatezza gli albumi a neve.
Friggere in un padellino antiaderente, un mestolino alla volta.
Quando formerà in superficie le prime bollicine, con una palettina di legno girarle per farle cuocere anche dall’altro lato.
La “morte sua” è lo sciroppo d’acero, dicono, ma secondo me un bel filo di buon miele nostrale non ci sta niente male.
E dato che, come anche per le crêpe, l’impasto è in sé neutro, si presta anche alla farcitura con ingredienti salati.
Qualsiasi cosa, siano affettati e/o formaggi vari; che so, anche gorgonzola e mortazza…
A moré, e fàmolo sto peccatuccio su...
Dicevano le peripatetiche ai loro clienti titubanti.
Ma vi sembriamo forse tipi che titubano, noi?
Maddeché!
P.S. Ah, ovviamente l'impasto è suscettibile di aggiunte d'ogni genere: cacao, spezie e aromi vari.
Ovvio che non mi sono dimenticato della mia amata curcuma, e ne ho aggiunto un cucchiaino in metà dell'impasto per vedere che effetto desse.
Ottimo ed esotico, direi:
NOTE
1) "Capannelle" è il ladruncolo sempre affamato del film "I soliti ignoti" di Mario Monicelli del 1958, interpretato dal bravissimo Carlo Pisacane.
Nel sequel del '59, "L'audace colpo dei soliti ignoti" di Nanni Loy, dopo aver portato finalmente a segno la tanta sospirata rapina, il povero Capannelle non resiste ed entra in un ristorante per abbuffarsi fino a scoppiare con un pranzo che va dall'antipasto al dolce e, per finire ha, come ultima portata, un bel piatto di fagioli col tonno...
Ne segue un'indigestione talmente forte (un infarto de panza, appunto) che lo porta in punto di morte in ospedale.
Certe battute di questi film mi accompagnano da sempre, e le spargo spesso come citazioni nelle mie conversazioni.
- A Capannè, ma come te sei vestito?
- Shportivo! (con accento bolognese)
oppute, quando Ferribbotte (Tiberio Murgia) suona al citofono della sorella Carmelina (la Cardinale) e questa fa:
- U iè?
- Sogno Michele, dimenticai le chiavi.
I personaggi di turno si svegliavano, cisposi e incazzati di dover andare a scuola o al lavoro e, girando per casa con un occhio ancora chiuso, sbattendo la fronte sugli stipiti delle porte e, grattandosi le pudenda, cosa facevano?
Andavano dritti dritti a far colazione con le frittelle...
E io restavo sospeso tra il disgusto e l'ammirazione di tanta decisa disinvoltura.
Ma come, facevo tra me e me, questi si sono svegliati due minuti fa e cosa desiderano di più al mondo?
Mangiarsi delle frittelle! E grosse come piatti, per giunta...
Mah, mi dicevo, evidentemente hanno il fegato talmente spappolato da uno sconsiderato uso alimentare che quelle frittelle non avrebbero di certo peggiorato una situazione giunta al limite dell'infarto de panza, di capannelliana (1) memoria.
Solo col tempo ho capito che quello era soltanto un maldestro calco linguistico, o un vero e proprio errore di traduzione puro e semplice.
Non era che i nostri amici statunitensi amassero iniziare la giornata con le zeppole o i fatti fritti, con krapfen e bomboloni appena sgocciolati dall'olio e rivestiti di sciroppo dolciastro.
No, quelle non erano frittelle, nell'accezione italiana del termine (maledetti i traduttori dell'epoca...) ma, semplicemente, una sorta di crêpe.
Sì, bisogna chiamare le cose col loro nome e usare il termine estraneo alla nostra lingua, quando non se ne abbia uno nostro.
Chi direbbe barra per bar? O arzente per whisky? Nessuno, certo.
Possiamo anche fare i grandoni e chiamare le crêpes crespelle, memori del fatto che sono state portate in Francia, come gran parte della cucina transalpina, una certa Caterina Maria Romola di Lorenzo de' Medici, detta semplicemente Caterina.
Sì, lei, la bastardona della strage degli Ugonotti.
Ma anche quella che, andando in sposa di Enrico II, è partita con chicchere e piattini, anzi con cuochi e tegami, e ha rivoluzionato le usanze alimentari francesi.
Ha introdotto l'uso della forchetta, tanto per dirne una.
Certo, gli ugonotti superstiti non avrebbero certo ringraziato per questo relativo salto di civiltà.
Ogni cosa dev'essere sempre considerata nel suo ambito.
Se poi vogliamo farci le crêpe e chiamarle crespelle o fritattine chi ce lo nega?
L'importante, come sempre, è non perdere di vista la sostanza a vantaggio della forma.
E quindi cedere al piacere di una cultura "altra", di altri usi, anche solo alimentari, e provare il piacere dell’altra lingua, o anche di ciò che già conoscete nella sostanza ma è mascherato in altra forma.
Certe delizie, poi, come i pancake, sono senza confini.
Veri e propri patrimoni dell'Umanità.
Ne ho provate diverse, come al solito mio e, alla fine, la ricetta che mi ha convinto è stata quella di Ziopiè, riportata qui e ripresa da questo sito.
Occorrono:
200 g farina
2 uova
250 ml latte
3 cucchiai d'olio di semi
1 cucchiaio zucchero
1/2 cucchiaino di sale
2 cucchiaini lievito in polvere
Mescolare gli elementi secchi, unire quindi i liquidi e, con delicatezza gli albumi a neve.
Friggere in un padellino antiaderente, un mestolino alla volta.
Quando formerà in superficie le prime bollicine, con una palettina di legno girarle per farle cuocere anche dall’altro lato.
La “morte sua” è lo sciroppo d’acero, dicono, ma secondo me un bel filo di buon miele nostrale non ci sta niente male.
E dato che, come anche per le crêpe, l’impasto è in sé neutro, si presta anche alla farcitura con ingredienti salati.
Qualsiasi cosa, siano affettati e/o formaggi vari; che so, anche gorgonzola e mortazza…
A moré, e fàmolo sto peccatuccio su...
Dicevano le peripatetiche ai loro clienti titubanti.
Ma vi sembriamo forse tipi che titubano, noi?
Maddeché!
P.S. Ah, ovviamente l'impasto è suscettibile di aggiunte d'ogni genere: cacao, spezie e aromi vari.
Ovvio che non mi sono dimenticato della mia amata curcuma, e ne ho aggiunto un cucchiaino in metà dell'impasto per vedere che effetto desse.
Ottimo ed esotico, direi:
NOTE
1) "Capannelle" è il ladruncolo sempre affamato del film "I soliti ignoti" di Mario Monicelli del 1958, interpretato dal bravissimo Carlo Pisacane.
Nel sequel del '59, "L'audace colpo dei soliti ignoti" di Nanni Loy, dopo aver portato finalmente a segno la tanta sospirata rapina, il povero Capannelle non resiste ed entra in un ristorante per abbuffarsi fino a scoppiare con un pranzo che va dall'antipasto al dolce e, per finire ha, come ultima portata, un bel piatto di fagioli col tonno...
Ne segue un'indigestione talmente forte (un infarto de panza, appunto) che lo porta in punto di morte in ospedale.
Certe battute di questi film mi accompagnano da sempre, e le spargo spesso come citazioni nelle mie conversazioni.
- A Capannè, ma come te sei vestito?
- Shportivo! (con accento bolognese)
oppute, quando Ferribbotte (Tiberio Murgia) suona al citofono della sorella Carmelina (la Cardinale) e questa fa:
- U iè?
- Sogno Michele, dimenticai le chiavi.
venerdì 1 marzo 2013
Gufotorta di compleanno
Quando decidi, o ti viene chiesto, di fare una torta per un compleanno in genere, e dico in genere, ci si rifà a cose già viste e si attinge a ricette collaudate.
Tanto "per non fare brutta figura" direbbe il borghese piccolo piccolo dentro ognuno di noi.
E allora ecco tirar fuori dal Mondo dello Zucchero le cose che crediamo far parte del bagaglio della femminilità più stereotipata (e quindi borse, trousse e scarpe) o della maschilità in stile relax (lo sport preferito e più o meno praticato o busti di tette-zuccotto a profusione).
Poi c'è chi non s'accontenta di mettere fiocchi e nastri di zucchero, che ne ha le tasche piene di cerchi e striscioline colorate: tanto valeva fare una crostata e tanti saluti, allora.
Ecco, secondo me la torta di compleanno decorata dev'essere personalizzata, deve quindi mirare proprio a chi la riceve, con ironia e fantasia.
Un po' come la caricatura, che non è ritratto ma, spesso, va molto più a fondo di questo nel cogliere ciò che fa di una persona la sua unicità.
In un mondo ideale sarebbe proprio così...
Ma dato che io sono maldestro, broccione (ovvero mani di ricotta), pecione e anche poco paziente, quella di cui sopra è spesso solo una dichiarazione d'intenti, una lotta tra la mia natura pesante e il mio spirito leggero.
Un po' come l'ippopotamo col tutù di disneyana memoria...
E comunque, anche se i risultati non corrispondono (quasi mai) alle nostre aspettative credo che vale (1) pur sempre la pena di provarci, no?
Questa è l'ultima "creazione":
Ora, c'è da dire che non è affatto vero che i gufi e le civette portino sfortuna, ci mancherebbe...
Anzi, da un po' di tempo è invalsa una simpatica credenza all'opposto, per cui pare che il simpatico rapace notturno attiri invece la sorte benigna.
La superstizione si sa è sempre deleteria, ma almeno quella che dà valore positivo agli animali evita incresciosi atteggiamenti da parte degli umani meno razionali.
Lo sanno bene i poveri gatti neri...
E cosa augurare allora a chi si vuole bene se non che tutta la sua famiglia abbia tanta, tanta fortuna?
Ma una famiglia di gufetti, no?
Per i personaggi mi sono rifatto alla tecnica dell' RKT (o Rice Krispy Treats) che ci permette di mettere in piedi oggetti anche voluminosi che non siano di peso alla torta.
In Rete c'è chi ci ha costruito un castello intero con tanto di torri e spalti (e la bimba che l'ha ricevuto in dono ha dovuto ovviamente mangiarselo tutto seduta stante, pena la riprovazione delle amichette).
Questi i gufetti abbozzati con i cereali:
E qui ricoperti di cioccolato plastico, fondente per i maschi di casa e al latte per le femminucce.
Ognuno di loro ha uno o più segni caratteristici che lo ricordano: lei, la festeggiata ha la nuova acconciatura con ciuffo-frezza sbarazzino; lui, il marito, una linea decisamente curva; il maschietto di casa la zazzera di capelli biondo scuri e il pallone da rugby, la sua passione.
E poi c'è la piccina, la tenerona, con le sue guanciotte rosse e il dolcetto che l'accompagna sempre e che lei chiama "calla" (sincope di caramella) e che significa "buon cibo dolce, uno qualsiasi, basta che me lo dai", nel suo personale linguaggio da bimba.
Poi dicono che i piccoli non hanno capacità di sintesi!
Ho usato una dose (da 100 g di cioccolato) per il cioccolato plastico al fondente, e altrettanta di cioccolato al latte.
Per scrupolo me ne sono anche preparata una al cioccolato bianco, con cui ho fatto le rifiniture chiare dei personaggi, del tipo le penne della pancia del gufomarito e la frezza della gufamoglie.
E poteva mancare forse il nuovo ingresso in famiglia?
Quel Babà cane di più padroni che ha conquistato tutti? Non sia mai:
La torta è basata su questa ricetta proposta da Sabrine d'Aubergine per un compleanno.
Il suo modo di descrivere le cose (e il cibo) mi rapisce ogni volta e le foto poi fanno proprio venir voglia di entrare nello schermo. Così ho voluto provare anch'io questa base al cioccolato, modificandone però la farcia.
Per la base
150 g farina
200 g zucchero
40 g cacao amaro
100 g burro
2 uova
125 ml latte
1 bustina di vaniglina e 2 cucchiaini di lievito vanigliato
Il procedimento è quello solito delle paste montate.
Lavorare a lungo il burro (lasciato ammorbidire a temperatura ambiente) con lo zucchero e la vaniglina finché non diventa una crema soffice.
Aggiungere, una alla volta, le uova, amalgamandole bene al composto prima di aggiungere il successivo.
Unire i secchi, cioè la farina, il cacao e il lievito ben setacciati, alternandoli con il latte.
Versare in uno stampo da 20 cm e cuocere a 170° per almeno 40 minuti.
La torta si può preparare anche il giorno prima, così avrà tutto il tempo, freddandosi, di stabilizzarsi.
Una volta fredda livellarne la superficie e tagliarla in tre strati.
Per la farcia
200 g mascarpone
200 ml panna da montare
400 g fragole
250 g arance (circa 3)
60 g zucchero (5 cucchiai circa)
Tagliare a pezzetti le fragole, unirvi le arance pelate al vivo e fatte a pezzetti e unirvi lo zucchero.
Montate insieme la panna e il mascarpone.
I due ingredienti viaggiano d'amore e d'accordo sotto le fruste elettriche: per montare, infatti, la panna deve contenere almeno il 35% di grassi, e se gli si aggiunge il mascarpone, che (ahinoi) ne contiene il 47%, l'operazione risulta persino facilitata.
C'è anche da dire che se si unisce invece il mascarpone a posteriori, cioè a panna già montata, si rischia di smontare la fragile impalcatura di particelle grasse ed aria che con tanta pazienza si ha avuto la cura di costruire.
Scolare bene le fragolarance dal sughetto che si sarà formato (si sa, signora mia, lo zucchero è così igroscopico...) e che conserveremo con cura.
Disporre il primo disco di torta in un anello d'acciaio e bagnarlo col sugo di fragolarancia.
Farcire quindi con metà della pannamascarponata e con la frutta a pezzetti.
A seguire il secondo disco di torta, bagnato anch'esso e farcito con l'altra pannamascarponata rimasta e con altra frutta a pezzetti.
A coprire l'ultimo strato di torta, che bagneremo un poco con il sugo rimasto.
Far rassodare in frigo un paio d'ore almeno.
Per decorare
125 ml panna montata
450 g MMF (circa)
Tolta dal frigo la torta (un bisticcio ci voleva no?) occorre passare la lama di un coltello sul bordo dell'anello d'acciaio prima di liberarla, altrimenti si rischia di vederla scatafrombolare (2) come un ghiacciaio per effetto dell'effetto serra (un altro bisticcio ci voleva, no?...)
Ricoprirne la superficie di panna montata e quindi farvi aderire una sfoglia di MMF del colore che si preferisce (a me piace il violetto, in linea con i gufetti porta-fortuna).
Pensavo che la torta di Sabrine, livellata dalle asperità e ridotta a 4 cm d'altezza fosse troppo bassina per farne una torta di compleanno ma, ovviamente, mi sono dovuto ricredere: tra doppia farcia (che lei aveva invece distribuito in un unico strato) e ricopertura di panna e MMF alla fine ho ottenuto una torta alta quasi 8 cm. Miscredente!
A seguire, tanto altro MMF di repertorio e quello che la fantasia ha fatto venire in mente.
Quindi, su un pannello di legno ricoperto di MMF verde per simulare un prato fiorito, il colore di tanti fiori e, sopra, la nostra torta, su cui troneggia Lei, la festeggiata.
E vicino a lei, sul prato, le persone che ama.
Questa la tortina in sezione:
Auguri, Marzia!
Oggi ascoltiamo
Happy Birthday, Owl Style!
http://www.youtube.com/watch?v=6z-082qaYOo
NOTE
1) Sì, uso il modo indicativo e non il congiuntivo perché questa non è una cosa in cui credo col beneficio del dubbio: sono davvero convinto che è così. Quindi, modalità della certezza.
2) Cadere rovinosamente a terra, spatasciarsi.
Tanto "per non fare brutta figura" direbbe il borghese piccolo piccolo dentro ognuno di noi.
E allora ecco tirar fuori dal Mondo dello Zucchero le cose che crediamo far parte del bagaglio della femminilità più stereotipata (e quindi borse, trousse e scarpe) o della maschilità in stile relax (lo sport preferito e più o meno praticato o busti di tette-zuccotto a profusione).
Poi c'è chi non s'accontenta di mettere fiocchi e nastri di zucchero, che ne ha le tasche piene di cerchi e striscioline colorate: tanto valeva fare una crostata e tanti saluti, allora.
Ecco, secondo me la torta di compleanno decorata dev'essere personalizzata, deve quindi mirare proprio a chi la riceve, con ironia e fantasia.
Un po' come la caricatura, che non è ritratto ma, spesso, va molto più a fondo di questo nel cogliere ciò che fa di una persona la sua unicità.
In un mondo ideale sarebbe proprio così...
Ma dato che io sono maldestro, broccione (ovvero mani di ricotta), pecione e anche poco paziente, quella di cui sopra è spesso solo una dichiarazione d'intenti, una lotta tra la mia natura pesante e il mio spirito leggero.
Un po' come l'ippopotamo col tutù di disneyana memoria...
E comunque, anche se i risultati non corrispondono (quasi mai) alle nostre aspettative credo che vale (1) pur sempre la pena di provarci, no?
Questa è l'ultima "creazione":
Ora, c'è da dire che non è affatto vero che i gufi e le civette portino sfortuna, ci mancherebbe...
Anzi, da un po' di tempo è invalsa una simpatica credenza all'opposto, per cui pare che il simpatico rapace notturno attiri invece la sorte benigna.
La superstizione si sa è sempre deleteria, ma almeno quella che dà valore positivo agli animali evita incresciosi atteggiamenti da parte degli umani meno razionali.
Lo sanno bene i poveri gatti neri...
E cosa augurare allora a chi si vuole bene se non che tutta la sua famiglia abbia tanta, tanta fortuna?
Ma una famiglia di gufetti, no?
Per i personaggi mi sono rifatto alla tecnica dell' RKT (o Rice Krispy Treats) che ci permette di mettere in piedi oggetti anche voluminosi che non siano di peso alla torta.
In Rete c'è chi ci ha costruito un castello intero con tanto di torri e spalti (e la bimba che l'ha ricevuto in dono ha dovuto ovviamente mangiarselo tutto seduta stante, pena la riprovazione delle amichette).
Questi i gufetti abbozzati con i cereali:
E qui ricoperti di cioccolato plastico, fondente per i maschi di casa e al latte per le femminucce.
Ognuno di loro ha uno o più segni caratteristici che lo ricordano: lei, la festeggiata ha la nuova acconciatura con ciuffo-frezza sbarazzino; lui, il marito, una linea decisamente curva; il maschietto di casa la zazzera di capelli biondo scuri e il pallone da rugby, la sua passione.
E poi c'è la piccina, la tenerona, con le sue guanciotte rosse e il dolcetto che l'accompagna sempre e che lei chiama "calla" (sincope di caramella) e che significa "buon cibo dolce, uno qualsiasi, basta che me lo dai", nel suo personale linguaggio da bimba.
Poi dicono che i piccoli non hanno capacità di sintesi!
Ho usato una dose (da 100 g di cioccolato) per il cioccolato plastico al fondente, e altrettanta di cioccolato al latte.
Per scrupolo me ne sono anche preparata una al cioccolato bianco, con cui ho fatto le rifiniture chiare dei personaggi, del tipo le penne della pancia del gufomarito e la frezza della gufamoglie.
E poteva mancare forse il nuovo ingresso in famiglia?
Quel Babà cane di più padroni che ha conquistato tutti? Non sia mai:
La torta è basata su questa ricetta proposta da Sabrine d'Aubergine per un compleanno.
Il suo modo di descrivere le cose (e il cibo) mi rapisce ogni volta e le foto poi fanno proprio venir voglia di entrare nello schermo. Così ho voluto provare anch'io questa base al cioccolato, modificandone però la farcia.
Per la base
150 g farina
200 g zucchero
40 g cacao amaro
100 g burro
2 uova
125 ml latte
1 bustina di vaniglina e 2 cucchiaini di lievito vanigliato
Il procedimento è quello solito delle paste montate.
Lavorare a lungo il burro (lasciato ammorbidire a temperatura ambiente) con lo zucchero e la vaniglina finché non diventa una crema soffice.
Aggiungere, una alla volta, le uova, amalgamandole bene al composto prima di aggiungere il successivo.
Unire i secchi, cioè la farina, il cacao e il lievito ben setacciati, alternandoli con il latte.
Versare in uno stampo da 20 cm e cuocere a 170° per almeno 40 minuti.
La torta si può preparare anche il giorno prima, così avrà tutto il tempo, freddandosi, di stabilizzarsi.
Una volta fredda livellarne la superficie e tagliarla in tre strati.
Per la farcia
200 g mascarpone
200 ml panna da montare
400 g fragole
250 g arance (circa 3)
60 g zucchero (5 cucchiai circa)
Tagliare a pezzetti le fragole, unirvi le arance pelate al vivo e fatte a pezzetti e unirvi lo zucchero.
Montate insieme la panna e il mascarpone.
I due ingredienti viaggiano d'amore e d'accordo sotto le fruste elettriche: per montare, infatti, la panna deve contenere almeno il 35% di grassi, e se gli si aggiunge il mascarpone, che (ahinoi) ne contiene il 47%, l'operazione risulta persino facilitata.
C'è anche da dire che se si unisce invece il mascarpone a posteriori, cioè a panna già montata, si rischia di smontare la fragile impalcatura di particelle grasse ed aria che con tanta pazienza si ha avuto la cura di costruire.
Scolare bene le fragolarance dal sughetto che si sarà formato (si sa, signora mia, lo zucchero è così igroscopico...) e che conserveremo con cura.
Disporre il primo disco di torta in un anello d'acciaio e bagnarlo col sugo di fragolarancia.
Farcire quindi con metà della pannamascarponata e con la frutta a pezzetti.
A seguire il secondo disco di torta, bagnato anch'esso e farcito con l'altra pannamascarponata rimasta e con altra frutta a pezzetti.
A coprire l'ultimo strato di torta, che bagneremo un poco con il sugo rimasto.
Far rassodare in frigo un paio d'ore almeno.
Per decorare
125 ml panna montata
450 g MMF (circa)
Tolta dal frigo la torta (un bisticcio ci voleva no?) occorre passare la lama di un coltello sul bordo dell'anello d'acciaio prima di liberarla, altrimenti si rischia di vederla scatafrombolare (2) come un ghiacciaio per effetto dell'effetto serra (un altro bisticcio ci voleva, no?...)
Ricoprirne la superficie di panna montata e quindi farvi aderire una sfoglia di MMF del colore che si preferisce (a me piace il violetto, in linea con i gufetti porta-fortuna).
Pensavo che la torta di Sabrine, livellata dalle asperità e ridotta a 4 cm d'altezza fosse troppo bassina per farne una torta di compleanno ma, ovviamente, mi sono dovuto ricredere: tra doppia farcia (che lei aveva invece distribuito in un unico strato) e ricopertura di panna e MMF alla fine ho ottenuto una torta alta quasi 8 cm. Miscredente!
A seguire, tanto altro MMF di repertorio e quello che la fantasia ha fatto venire in mente.
Quindi, su un pannello di legno ricoperto di MMF verde per simulare un prato fiorito, il colore di tanti fiori e, sopra, la nostra torta, su cui troneggia Lei, la festeggiata.
E vicino a lei, sul prato, le persone che ama.
Questa la tortina in sezione:
Auguri, Marzia!
Oggi ascoltiamo
Happy Birthday, Owl Style!
http://www.youtube.com/watch?v=6z-082qaYOo
NOTE
1) Sì, uso il modo indicativo e non il congiuntivo perché questa non è una cosa in cui credo col beneficio del dubbio: sono davvero convinto che è così. Quindi, modalità della certezza.
2) Cadere rovinosamente a terra, spatasciarsi.
martedì 26 febbraio 2013
Pe fa la vita meno amaraaa...
... me sò comprato na chitaraaa...
Così cantava Nino Manfredi nel 1970, facendo diventare un classico della canzone romanesca un brano semidimenticato degli anni Trenta scritto da quel mitico animale da palcoscenico che fu Ettore Petrolini.
Era il 1932, ed evidentemente la vita doveva essere davvero amara dopo dieci anni di dittatura fascista, nonostante la propaganda sbandierata dal regime propalasse una felice e rustica italianità.
E chi faceva spettacolo, come Petrolini, doveva non solo essere un bravo interprete e avere una figura carismatica sul palco, ma doveva anche saper dosare l'ironia (la vera merce rara dell'epoca, figuriamoci poi il sarcasmo...) con la prudenza, in un sottile e delicato esercizio da equilibrista.
Una chitarra per cantare, quindi, e tornare ad essere spensierato come ai bei tempi della giovinezza, quelli del primo amore, e dimenticare così le brutture di un'epoca cupa sul cui orizzonte si profilava l'ombra nera della guerra.
Era un modo velato, come ogni canzone del periodo, per dire: "Ma sì, passerà anche questa", "Non stiamo ad arrovellarci", "Se posso, me ne frego io".
In poche parole, il tanto attuale e declamato Metodo Sticazzi, l'unico vero apporto che la romanità abbia dato alla psico-sociologia mondiale .
Manfredi la ripropose nel pieno d'un altro furore epocale, il '68, che stava scardinando molte certezze ritenute assolute, in un mondo diviso tra potenze criobelligeranti, attanagliato dalla crisi petrolifera a intermittenza e con l'austerity alle porte (chi ricorda l'aumento dell'uso delle biciclette a Roma negli anni a seguire?)
Insomma, una chitarra, un fil di voce e tanta voglia de svagasse e de nun pensà.
E allora a proporre quest'ansia da "disimpegno" ci voleva un personaggio rassicurante, amato dal pubblico per la sua bravura (veniva dall'Accademia nazionale d'arte drammatica, mica cotiche) e dotato naturalmente di una calda e garbata umanità.
Il ciociaro più romano de Roma non pensava certo che quel gioiello petroliniano sarebbe tornato a risplendere, diventando un classico della canzone romana.
Brani anche moderni che diventano subito, per lo spirito dei tempi e per la magia della musica, dei veri e propri classici da repertorio.
Quand'ero (un po' più) piccolo mi stupì molto sapere che "Arrivederci Roma" era stata scritta da Renato Rascel solo nel 1955, e che "Roma nun fa la stupida stasera" (vera chicca del Rugantino di Garinei & Giovannini, musicato dal Maestro Armando Trovaioli) era addirittura del 1962.
Ecco, questo per dire che non sempre occorre fare gli archeologi della cultura e rispolverare armonie semidimenticate (operazione lodevole, tra l'altro).
Spesso si scopre che ciò che fa di una musica (o di un qualsiasi prodotto culturale, come dei versi, un romanzo, ecc.) un classico, o un oggetto cult, è soltanto l'essere "scoperto" e accolto come tale.
È, insomma, rispecchiare nella sua semplicità l'essenza non solo del momento ma quel quid che anima la cultura popolare.
Come "La cura" di Battiato, tanto per fare esempio.
Rugantino è ambientato nell'Ottocento (e, guarda caso, fu proprio Manfredi il primo Rugantino della storia del teatro, quello della prima edizione del '62) ma si propone in una dimensione volutamente atemporale, e quindi più che un dipinto di Roesler Franz è quasi una cartolina (di ieri, di oggi. o anche di domani) con uno sfondo di muri sbrecciati che sembrano eterni.
Ed è sì romano nella forma (Rugà vuol dire fare lo sbrasone, il fanfarone, da tipico perdigiorno d'altri tempi) ma universale nella sostanza.
Tante canzoni romane invece sembrano quasi scritte in latino da quanto sono datate.
Le canzoni della mala d'Ottocento, per esempio, paiono lontane anni luce dalla mala di Romanzo criminale, per capirci, e non solo per il contesto storico ma per il semplice fatto che la mala "storica" non esiste proprio più.
Insomma, pe fà la vita meno amara me sò comprato na chitara.
Non questa...
Non è una ghironda, o un'arpa abbruzzese.
È proprio una chitarra, anzi unu maccarunàre.
Viene proprio dall'Abruzzo, il sud più a nord della penisola, terra spartana e semidimenticata dagli itinerari tutistici ma ricca di sorprese e di gioielli nascosti.
La gente, innanzi tutto.
Abruzzese forte e gentile, e mica è così per dire.
La scorza rude di chi è abituato, quasi geneticamente, a vivere in modo degno nonostante tutte le difficoltà e, sotto la coccia dura e (quasi) inaccessibile, la generosità e il calore che solo la gente "semplice" sa avere.
Una specie che, a differenza dell'orso marsicano, resiste ancora, e che cerca, quasi inconsapevolmente, di mantenere quello che è il vero patrimonio dell'essere umano.
Proprio quello di cui abbiamo bisogno in tempi dove si viene spinti in tutt'altra direzione.
Avevo trovato quest'attrezzo in un mercatino e visto che stava in ottimo stato l'ho preso, ma più per curiosità che per altro.
L'avrò usato infatti un paio di volte, a dir tanto.
Ma allora ero un impastatore implume, e non sapevo quanto sarebbe stato facile tenerlo a portata di mano e preparare, alla bisogna, una bella (doppia) porzione di maccheroni alla chitarra.
E poi è un oggetto bello di per sé, con quei fili d'acciaio tesi come corde d'arpa che, sfiorati, producono una musica che non ricorda Paradisi ma La sora Cencia.
Usare la chitarra per fare i maccheroni è facilissimo.
In primis la pasta: acqua e farina già bastano, per i maccheroni, ma se si vuole usare l'uovo nell'impasto si potranno avere dei gustosi tonnarelli (da fare cacio e pepe, tanto per dire).
Dopo aver lavorato a lungo la pasta e averla lasciata riposare la classica mezz'ora, la si stende e si formano delle strisce non troppo lunghe, che andranno poggiate sulla chitarra.
Pressando con il matterello la sfoglia di pasta sui fili d'acciaio si ottengono così degli spaghetti a sezione quadrata, che saranno spessi dai due ai tre mm, a seconda del lato della chitarra che verrà usato.
Una pasta così rude e paccuta chiede a gran voce la compagnia di ragù e di sughi di carne.
Se ingentilita con l'uovo si accontenterà anche di cacio e pepe o, col guanciale annesso, di un'amatriciana senza pomodoro, la fatidica gricia (prossimamente su questi post).
E se invece lessassi dei broccoletti e li ripassassi poi in un soffritto di (tanto) aglio e pancetta?
Non è meno rustica e rude, no?
Ovviamente, se durante la cottura della pasta squilla il telefono occcorre non rispondere e far finta di essere partiti per la Patagonia a cercar conchiglie.
Ci si ritroverebbe infatti con una pasta un po' troppo cotta che si avrebbe la voglia di mettere come cappello sulla testa dell'incauto telefonatore di turno...
Ma il segreto di una serena e placida esistenza è anche accontentarsi e fregarsene, se occorre.
E quindi anche di magnarsela così come viene.
Tanto pe magnà...
Detto romano del giorno
Accosta er pane ar dente che la fame s'arisente.
Ossia, l'appetito vien mangiando.
Oggi ascoltiamo
Nino Manfredi - Tanto pe cantà
http://www.youtube.com/watch?v=tkRW5q0DzVg
e l'esilarante parodia
Ciccio Ingrassia - Canto pe magnà
http://www.youtube.com/watch?v=iwjl29BnfSo
Così cantava Nino Manfredi nel 1970, facendo diventare un classico della canzone romanesca un brano semidimenticato degli anni Trenta scritto da quel mitico animale da palcoscenico che fu Ettore Petrolini.
Era il 1932, ed evidentemente la vita doveva essere davvero amara dopo dieci anni di dittatura fascista, nonostante la propaganda sbandierata dal regime propalasse una felice e rustica italianità.
E chi faceva spettacolo, come Petrolini, doveva non solo essere un bravo interprete e avere una figura carismatica sul palco, ma doveva anche saper dosare l'ironia (la vera merce rara dell'epoca, figuriamoci poi il sarcasmo...) con la prudenza, in un sottile e delicato esercizio da equilibrista.
Una chitarra per cantare, quindi, e tornare ad essere spensierato come ai bei tempi della giovinezza, quelli del primo amore, e dimenticare così le brutture di un'epoca cupa sul cui orizzonte si profilava l'ombra nera della guerra.
Era un modo velato, come ogni canzone del periodo, per dire: "Ma sì, passerà anche questa", "Non stiamo ad arrovellarci", "Se posso, me ne frego io".
In poche parole, il tanto attuale e declamato Metodo Sticazzi, l'unico vero apporto che la romanità abbia dato alla psico-sociologia mondiale .
Manfredi la ripropose nel pieno d'un altro furore epocale, il '68, che stava scardinando molte certezze ritenute assolute, in un mondo diviso tra potenze criobelligeranti, attanagliato dalla crisi petrolifera a intermittenza e con l'austerity alle porte (chi ricorda l'aumento dell'uso delle biciclette a Roma negli anni a seguire?)
Insomma, una chitarra, un fil di voce e tanta voglia de svagasse e de nun pensà.
E allora a proporre quest'ansia da "disimpegno" ci voleva un personaggio rassicurante, amato dal pubblico per la sua bravura (veniva dall'Accademia nazionale d'arte drammatica, mica cotiche) e dotato naturalmente di una calda e garbata umanità.
Il ciociaro più romano de Roma non pensava certo che quel gioiello petroliniano sarebbe tornato a risplendere, diventando un classico della canzone romana.
Brani anche moderni che diventano subito, per lo spirito dei tempi e per la magia della musica, dei veri e propri classici da repertorio.
Quand'ero (un po' più) piccolo mi stupì molto sapere che "Arrivederci Roma" era stata scritta da Renato Rascel solo nel 1955, e che "Roma nun fa la stupida stasera" (vera chicca del Rugantino di Garinei & Giovannini, musicato dal Maestro Armando Trovaioli) era addirittura del 1962.
Ecco, questo per dire che non sempre occorre fare gli archeologi della cultura e rispolverare armonie semidimenticate (operazione lodevole, tra l'altro).
Spesso si scopre che ciò che fa di una musica (o di un qualsiasi prodotto culturale, come dei versi, un romanzo, ecc.) un classico, o un oggetto cult, è soltanto l'essere "scoperto" e accolto come tale.
È, insomma, rispecchiare nella sua semplicità l'essenza non solo del momento ma quel quid che anima la cultura popolare.
Come "La cura" di Battiato, tanto per fare esempio.
Rugantino è ambientato nell'Ottocento (e, guarda caso, fu proprio Manfredi il primo Rugantino della storia del teatro, quello della prima edizione del '62) ma si propone in una dimensione volutamente atemporale, e quindi più che un dipinto di Roesler Franz è quasi una cartolina (di ieri, di oggi. o anche di domani) con uno sfondo di muri sbrecciati che sembrano eterni.
Ed è sì romano nella forma (Rugà vuol dire fare lo sbrasone, il fanfarone, da tipico perdigiorno d'altri tempi) ma universale nella sostanza.
Tante canzoni romane invece sembrano quasi scritte in latino da quanto sono datate.
Le canzoni della mala d'Ottocento, per esempio, paiono lontane anni luce dalla mala di Romanzo criminale, per capirci, e non solo per il contesto storico ma per il semplice fatto che la mala "storica" non esiste proprio più.
Insomma, pe fà la vita meno amara me sò comprato na chitara.
Non questa...
...ovviamente, visto che sempre di Muccardo si tratta, e che l'unico strumento che sappia suonare sono i piatti. Quelli di ceramica...
Ma di questa:
Non è una ghironda, o un'arpa abbruzzese.
È proprio una chitarra, anzi unu maccarunàre.
Viene proprio dall'Abruzzo, il sud più a nord della penisola, terra spartana e semidimenticata dagli itinerari tutistici ma ricca di sorprese e di gioielli nascosti.
La gente, innanzi tutto.
Abruzzese forte e gentile, e mica è così per dire.
La scorza rude di chi è abituato, quasi geneticamente, a vivere in modo degno nonostante tutte le difficoltà e, sotto la coccia dura e (quasi) inaccessibile, la generosità e il calore che solo la gente "semplice" sa avere.
Una specie che, a differenza dell'orso marsicano, resiste ancora, e che cerca, quasi inconsapevolmente, di mantenere quello che è il vero patrimonio dell'essere umano.
Proprio quello di cui abbiamo bisogno in tempi dove si viene spinti in tutt'altra direzione.
Avevo trovato quest'attrezzo in un mercatino e visto che stava in ottimo stato l'ho preso, ma più per curiosità che per altro.
L'avrò usato infatti un paio di volte, a dir tanto.
Ma allora ero un impastatore implume, e non sapevo quanto sarebbe stato facile tenerlo a portata di mano e preparare, alla bisogna, una bella (doppia) porzione di maccheroni alla chitarra.
E poi è un oggetto bello di per sé, con quei fili d'acciaio tesi come corde d'arpa che, sfiorati, producono una musica che non ricorda Paradisi ma La sora Cencia.
Usare la chitarra per fare i maccheroni è facilissimo.
In primis la pasta: acqua e farina già bastano, per i maccheroni, ma se si vuole usare l'uovo nell'impasto si potranno avere dei gustosi tonnarelli (da fare cacio e pepe, tanto per dire).
Dopo aver lavorato a lungo la pasta e averla lasciata riposare la classica mezz'ora, la si stende e si formano delle strisce non troppo lunghe, che andranno poggiate sulla chitarra.
Pressando con il matterello la sfoglia di pasta sui fili d'acciaio si ottengono così degli spaghetti a sezione quadrata, che saranno spessi dai due ai tre mm, a seconda del lato della chitarra che verrà usato.
Una pasta così rude e paccuta chiede a gran voce la compagnia di ragù e di sughi di carne.
Se ingentilita con l'uovo si accontenterà anche di cacio e pepe o, col guanciale annesso, di un'amatriciana senza pomodoro, la fatidica gricia (prossimamente su questi post).
E se invece lessassi dei broccoletti e li ripassassi poi in un soffritto di (tanto) aglio e pancetta?
Non è meno rustica e rude, no?
Ovviamente, se durante la cottura della pasta squilla il telefono occcorre non rispondere e far finta di essere partiti per la Patagonia a cercar conchiglie.
Ci si ritroverebbe infatti con una pasta un po' troppo cotta che si avrebbe la voglia di mettere come cappello sulla testa dell'incauto telefonatore di turno...
Ma il segreto di una serena e placida esistenza è anche accontentarsi e fregarsene, se occorre.
E quindi anche di magnarsela così come viene.
Tanto pe magnà...
Detto romano del giorno
Accosta er pane ar dente che la fame s'arisente.
Ossia, l'appetito vien mangiando.
Oggi ascoltiamo
Nino Manfredi - Tanto pe cantà
http://www.youtube.com/watch?v=tkRW5q0DzVg
e l'esilarante parodia
Ciccio Ingrassia - Canto pe magnà
http://www.youtube.com/watch?v=iwjl29BnfSo
venerdì 22 febbraio 2013
Patatummuš con hamburger
La saga della tahine non ha fine...
Dopo il Mommogammuš (con le melanzane), il Mhummuš (coi ceci) e persino la Sesanella, che si possiamo ancora fare?...
Ma il Patatammuš, no?
Tanto il principio è sempre quello: un passato di verdura, od d'un ortaggio a scelta, con aggiunta d'aglio, spezie e, ovviamente, la tahine.
E passa la paura.
3 patate
1 spicchio d'aglio
1/2 cucchiaino di cumino in povere
una punta di coriandolo in polvere
2 cucchiai di tahine
olio q.b.
Lessare le patate (nella pentola a pressione bastano 12 minuti, se intere, oppure 5 se fatte a spicchi).
Si schiacciano e vi si aggiunge un soffritto d'aglio ben tritato.
Il cumino è divenuto imprescindibile in questo tipo di contorni, quindi almeno mezzo cucchiaino, fino a uno intero, ce lo metto sempre.
Me ce piace.
Quella nota agra che nel babaganush e nell'hummus veniva data dal limone l'ho sostituita con la freschezza discreta d'un pizzico di coriandolo in polvere.
Veramente veloce, e senza pretese ma, perlomeno, un sapore diverso.
Solo che così, da solo, mi pareva triste, solitario y final.
Allora mi sono cucinato degli hamburger, ma a modo mi.
Ho aggiunto alla carne del prezzemolo tritato, un quarto di cipolla rossa, anch'essa tritata e, come al solito, la coppia che impazza (cumino e coriandolo in polvere).
Ma poco: la punta di un coltello.
E via, a sfrigolare sulla padella antiaderente, senz'altri grassi aggiunti.
Scritta del giorno
Lo scopo della mia vita è far conoscere al mondo i piaceri della carne
(in una macelleria)
Oggi ascoltiamo
Mario Castelnuovo - Quanto è bella la vita
http://www.youtube.com/watch?v=Xh46Nv1qlTc&feature=youtube_gdata_player
Dopo il Mommogammuš (con le melanzane), il Mhummuš (coi ceci) e persino la Sesanella, che si possiamo ancora fare?...
Ma il Patatammuš, no?
Tanto il principio è sempre quello: un passato di verdura, od d'un ortaggio a scelta, con aggiunta d'aglio, spezie e, ovviamente, la tahine.
E passa la paura.
3 patate
1 spicchio d'aglio
1/2 cucchiaino di cumino in povere
una punta di coriandolo in polvere
2 cucchiai di tahine
olio q.b.
Lessare le patate (nella pentola a pressione bastano 12 minuti, se intere, oppure 5 se fatte a spicchi).
Si schiacciano e vi si aggiunge un soffritto d'aglio ben tritato.
Il cumino è divenuto imprescindibile in questo tipo di contorni, quindi almeno mezzo cucchiaino, fino a uno intero, ce lo metto sempre.
Me ce piace.
Quella nota agra che nel babaganush e nell'hummus veniva data dal limone l'ho sostituita con la freschezza discreta d'un pizzico di coriandolo in polvere.
Veramente veloce, e senza pretese ma, perlomeno, un sapore diverso.
Solo che così, da solo, mi pareva triste, solitario y final.
Allora mi sono cucinato degli hamburger, ma a modo mi.
Ho aggiunto alla carne del prezzemolo tritato, un quarto di cipolla rossa, anch'essa tritata e, come al solito, la coppia che impazza (cumino e coriandolo in polvere).
Ma poco: la punta di un coltello.
E via, a sfrigolare sulla padella antiaderente, senz'altri grassi aggiunti.
Scritta del giorno
Lo scopo della mia vita è far conoscere al mondo i piaceri della carne
(in una macelleria)
Oggi ascoltiamo
Mario Castelnuovo - Quanto è bella la vita
http://www.youtube.com/watch?v=Xh46Nv1qlTc&feature=youtube_gdata_player
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