mercoledì 13 agosto 2014

Panna cotta alla curcuma di Simone Rugiati

Ogni epoca ha i suoi misteri, e ogni mistero nasconde, alla fine fine, solo una misera e banale verità.
Gli esseri poco inclini al misticismo non si lasciano facilmente arretire dalle apparenze che, come si sa, spesso nascondono ben poca sostanza, come anche insegna il racconto "La sfinge senza segreti" di Oscar Wilde, che prende in giro l'ottimista deduzionismo alla Sherlock Holmes.
A noi uomini della strada non peripatetici la scrittura cretese nota come lineare-A ci affascina perché è rimasta indecifrata, ma diverso sarebbe il nostro atteggiamento se si rivelasse, invece di chissà quale calendario lunare, soltanto una tavola del Gioco dell'Oca dell'era pre micenea.

Disco di Festo

La nostra epoca, invece, è così sovraccarica di informazioni che lascerà a una futura civiltà, semmai verrà, ben pochi margini di immaginazione.
Due saranno principalmente i misteri impenetrabili:
1) Il tipo di linguaggio usato dai venditori ambulanti di generi ortofrutticoli.
C'è chi azzarda l'ipotesi che siano Campani, ma Eduardo si rigirerebbe nella tomba aggrottando i ciglioni a sentirli parlare.
Nel loro gorgoglio gutturale che ricorda le litanie con cui i malevoli fedeli salutavano il Grande Chtulhu - Ph'nglui mglw'nafh Cthulhu R'lyeh wgah'nagl fhtagn (1) - emergono con difficoltà alcuni lemmi di lingua italica: aranc', limon', pommodòòr, euri.
Il resto è lasciato alla gestualità e all'immaginazione.
Eminenti scienziati si sono riuniti a Osaka per  sviscerare il mistero di questa lingua che, a tutt'oggi, rimane incomprensibile e inviolata a ogni tentativo di cifratura.
Questo perché se per i Selkupi gli Nganasiani e gli Evenki le autorità sovietiche riuscirono a ottenere una definitiva forma scritta - e fu una delle poche cose buone che fecero - per i fruttaroli nomadi non esiste alcun riferimento culturale.
Vengono di sicuro da qualche parte che non è però né Campania né Calabria e né Basilicata - della cui esistenza tra l'altro, come tutti sanno, si hanno ormai forti dubbi.
Magari sono emersi da un varco della Quinta Dimensione apertosi nel nostro Spazio-tempo come uno strappo su un telone.
Ma il mistero resta.

2) Il mistero degli chef televisivi.
I luminari dell'epoca futura s'accapiglieranno nel tentativo di capire il ruolo di certi personaggi pubblici della nostra epoca.
A ben vedere sembrerebbero dei cuochi, anche se si ostinano a volersi far chiamare rigorosamente chef.
Si supporrà che sia esistita una qualche forma di religiosità legata all'assunzione del cibo della quale costoro fossero i sacerdoti o gli appartenenti ad una casta superiore di intoccabili iniziati.
Dubito che queste righe arriveranno a un futuro, finanche prossimo, quindi poco confido nel fatto di poter tranquillizzare gli scienziati del futuro dicendo che, nella Società dell'Immagine, qual è la nostra, non solo i menestrelli sono diventati figure filosofiche di riferimento - basta pensare ai Vitalisti Ermetici seguaci di Vasco Rossi  o ai Sufi Cibernetici che misticizzano Franco Battiato - ma che in un'epoca dove ognuno ha come imperativo interiore quello d'essere, o almeno sentirsi, "protagonista", pena la non-esistenza in un limbo di banale sussistenza, anche le figure dei cuochi non sono sfuggite a questa legge sì ferrea e crudele.
Una legge che impone visibilità ben oltre il proprio ramo di competenze, come avviene ormai diffusamente da anni nei salotti televisivi, dove ognuno dice la sua su tutto pur non capendone assolutamente un bel niente.
Quindi anche loro, i cuochi, - sì, coloro che per mestiere fanno in primis i ristoratori poi, forse, "i creativi del gusto" - appariranno agli occhi dello studioso del futuro, come una casta di iniziati a chissà quali inviolabili segreti.
Checché ne dica il poro Brillat-Savarin, la scoperta d'un nuovo piatto non è per niente paragonabile alla scoperta d'una nuova stella. Senonché l'astro lontano è spesso invisibile a occhio nudo, mentre la minestra di fagioli e cozze te la puoi ritrovare serenamente nella scodella, stagionalità permettendo.
Ai fini della conoscenza sono però entrabi riconducibili a un grado zero, come direbbe Tommaso Labranca.
La smania di protagonismo che ha colpito anche i nostri cuochi - pardon moi, les chef - è solo uno di una tendenza all'iperbole tipica della nostra epoca di così poco sobria costumanza.
È chiaro, si conosce il nome di quell'americano pasticcione - ché pasticcere non è - che compone come i lego i dolci delle feste o di chi, ben inquadrato dalla telecamera, scodella un'omelette o un'entrecôte col cipiglio di chi stia eseguendo un'operazione a cuore (o a cielo, che dir si voglia) aperto, mentre pochi si ricordano di Sabin, che col suo vaccino ha reso la poliomelite una delle malattie del passato.
Suvvia, signori, state cucinando un raviolo, mica state guarendo il popolino dalla scrofola per imposizione delle mani, come i sovrani medievali...

Comunque, uno dei personaggi "visuali" più simpatici dell'Era degli Chef è di sicuro Simone Rugiati, quello che, secondo me, riesce ad essere accattivante senza gigioneggiare e serio e competente, quando serve, senz'alcuna supponenza.
È l'unico a spiegare "perché" succede una certa cosa e non un'altra quando si utilizza un ingrediente, rivelando preziosi segreti dei quali noi poveri mortali ci metteremmo anni per venirne a capo.
E lui lo fa con la semplicità del ragazzotto eternamente giovane, un fiammeggiante (2) Peter Pan della Cucina che è capace anche di intrattenere in modo semplice e simpatico i propri interlocutori e il pubblico che lo segue.
Questa è una ricetta che ha suggerito nella sua trasmissione "Cuochi e fiamme" - della quale già il nome mi manda in sollucchero - in uno dei suoi veloci siparietti "seri" in cui suggerisce un accostamento, una tecnica o un segreto del mestiere, oppure una ricetta veloce.


Panna cotta alla curcuma di Simone Rugiati.
Per 4 stampini monoporzione da 150 ml
500 ml    panna
100 ml     latte*
80 g     zucchero
8 g     colla di pesce, 4 fogli ca.
1 cucchiaio di curcuma
vaniglina
* o 250 ml panna e 250 ml di latte, come suggerisce lo stesso Rugiati
Per la guarnizione
50 g    cioccolato fondente
10 g    burro
scorza di 1/2 arancia grattugiata.
Mettere a bagno i fogli di colla di pesce in acqua fredda per ammorbidirli.
Versate la panna , lo zucchero e, mescolando per sciogliere lo zucchero, portate quasi a l’ebollizione.
Ritirate dal fuoco e immergetevi i fogli di colla di pesce sgocciolati e strizzati.
Mescolare bene per far sciogliere la gelatina.
Bagnate con acqua fredda gli stampini o uno stampo a cassetta, sgocciolare e riempire con il composto.
Tenete per almeno 4 ore in frigorifero per far rassodare.

Per sformare la panna cotta immergere lo stampino in acqua bollente fino a un paio di cm dal bordo, tenedolo per quanche secondo. Poi, passare la punta di un coltellino a lama liscia lungo il perimetro del dolce e capovolgete lo stampino al centro del piatto da portata, dando qualche piccolo colpetto per fare uscire la panna cotta.
Per la guarnizione basta sciogliere il cioccolato a bagnomaria, aggiungere la scorza d'arancia grattugiata, mescolando per farle sprigionare l'aroma.
Se non è stagione si può usare anche l'aroma sintetico in fialette.
Non saranno due gocce a farci venire chissà che terribile malanno.
Se si preferisce si possono usare un paio di bacche di cardamomo, da cui estrarre i semini che macineremo finemente e uniremo al cioccolato fuso.
Unire il burro e mescolare bene. Renderà la glassa morbida e lucida.


Ma quanto sarebbe triste un ipotetico futuro senza panne cotte, o un mondo parallelo dove non siano ancora state inventate?
Una crudele ucronia cui non resisterebbe neppure Philip Kindred Dick, altroché...

Detto romano del giorno
Er pane de casa stufa.


Oggi ascoltiamo
Angelo Branduardi e Pietra Montecorvino - Tango

https://www.youtube.com/watch?v=2W8VLRK15s0 
È una frase bellissima da poter dire a chi si ama, questa: "Come arance rosse assaporo i giorni ora che ho incontrato te. Dolce e profumata ora è la mia vita, e di questo grazie a te".
No, prima che me lo si chieda, io sono come Lady Orlando: "Zitella! Sola"


NOTE
1) Ovvero: "Nella sua casa di R'lyeh, il morto Cthulhu aspetta sognando".
E se il sonno della ragione genera mostri di cosa sarà mai capace il risveglio dei mostri?
2) Non di certo flamboyant, nel senso che dava alla parola Quentin Crisp...

domenica 10 agosto 2014

Farretti

- Prendilo!...
- No.
- E prendilo! Guarda che amore che è.
- È d'una rara bruttezza, Leppagorre, lo ammetto. Ma non saprei dove appenderlo: la sala è rivestita di libri, e in camera da letto... no, proprio no!
- Ma come, guarda bene che portamento, che charme e che nobiltà d'animo traspaiono da quello sguardo perso in chissà quali lontananze...
- Sì, chissà di quali droghe facesse uso, la nobildonna! Anzi, la nobilgatta...
- E doveva essere anche ricca. Guarda lo sfondo: Foro Romano e scorcio di Colosseo.
- Ma figurati, magari abitava a Torpignattara, e il pittore ne ha nobilitato lo sfondo. Ma figurati!
- Insomma, non lo prendi?
- E perché mai? Oltre al cibo ora dovrei mettermi anche ad acquistare quadri, solo per farti piacere? Ma smettila!
- Nemmeno se ti dicessi che questa nobildonna romana è una mia parente?...
- Una tua... parente? Come zia Bastet?
- Di più, di più.
- Tua... madre? Non ci posso credere!
- Ebbene sì.
- ...
 
- Olimpia Vittoria Leppa del Grillo.
- Mi stai prendendo per i fondelli, come al tuo solito!
- Non oserei mai...
- Figuriamoci, ti mancherebbe proprio la faccia, anzi il muso!
- ... Dico, lo sai che noi gattodemoni siamo ovunque. E lei faceva parte, sì insomma, era ospite, di un componente della casata del Grillo.
- Certo che a guardarla bene c'è qualcosa che v'accomuna...
- Lo sguardo fiero?
- Lo sguardo perso nel vuoto, casomai. Su, su, dove pensi che possa mettermi questa scorza di cavolo dipinta?
- Bada a come parli, sai? Ti faccio venire le coliche, se continui!
- Ah, perché, non lo fai già abitualmente?
- Cattivo!
- Cafone!
...
- Pesa?
- No, perché, mi avresti aiutato a portarlo?
- Nemmeno per idea! Era così, per dire.
- Mi sa che al muro non ci attacco Olimpia Vittoria Leppa del Grillo ma te, bestiaccia ignobile.
- Ti voglio bene.
- Crepa!


- Visto come sta bene all'ingresso?
- Sarà... Mica sono poi così convinto, sai. Lo faccio solo per te. E per il povero del Grillo che se la teneva in corpo. Chi era, Onofrio (1), magari?
- No, no, macché Onofrio. Severino...
- Mai sentito.
- Appunto.
- Non sapevo che voi gattodemoni aveste padri e madri come noi umani...
- Eh, sono parecchie le cose che non sai, mio caro ospite!
- Immagino... Che dici, si va a fare due biscotti?
- E me lo chiedi?

Farretti
Per 35 biscotti circa:
300 g     farina di farro
50 g       fecola di patate (o farina di riso o maizena)
100 g     zucchero di canna
80 g       olio di semi di girasole (o 100 g burro fuso)
2            uova
1/2 bustina di lievito
Mescolare in una ciotola i secchi: farina, lievito, fecola e zucchero, disponendoli a fontana.
Aggiungere le uova, l'olio e ad impastare, fino a ottenere un composto omogeneo.
Se risultasse asciutto e poco lavorabile aggiungere un cucchiaio o due di acqua o latte.
Lasciate riposare per mezz'ora, poi stendere ad un'altezza non minore di 1/2 centimetro da tagliare con le formine oppure formare delle palline e schiacciarle.
Si possono anche cospargerle di granella di zucchero.
Cuocere a 180° per un quarto d'ora-venti di minuti, a doratura.


Farli raffreddare su una gratella, o in un cesto di vimini (che in casa avrà finalmente trovato la sua collocazione funzionale) e riporli in una scatola di latta, dove si conserveranno freschi per molto molto tempo.
Gattodemoni permettendo...

Quest'impasto, essendo molto frabile, è ottimo per confezionare delle crostatine.
La morte sua, che ve lo dico a fà, è la marmellata di mirtilli.


- Un momento!
- Che c'è?...
- La "nobilgatta" è abbigliata in abiti settecenteschi. Quindi se, come dici tu, ogni gattodemone prende il posto del successivo... Non tornano i conti!
- Perché?
- O tu non hai 623 anni o lei non è tua madre!
- Io sono nato il 1391 della vostra Era Volgare.
- E allora questa... questo... Sei tu!
- Io, veramente...
- Vieni qui che ti faccio un impacco d'anice, vieni, vieni!
- Fossi matto!
- Scendi dal pensile della cucina, maledetto! Mi hai fatto anche prendere un quadro... orribile!
- Ma hai visto che bei merletti e che perle preziose che indossavo? Da te al massimo mi tocca la flanella!
- Se continui salto come un del Grillo e ti zompo addosso con una bottiglia di Sambuca!
- Dài, che in fondo in fondo il quadro ti piace!
- Se ti prendo ti scuoio e uso la tua pelle come sotto-telefono!
- Cattivo!
- Cafone!

Detto romano del giorno
Quanno se scherza, bisogna èsse seri!

Il marchese del Grillo


Oggi ascoltiamo
Nicola Piovani - La gavotta di Olimpia

https://www.youtube.com/watch?v=jPY8IY45yTc

NOTE
1) Il marchese Onofrio del Grillo da Fabriano, impersonato da Albero Sordi in uno di suoi film più riusciti, è veramente esistito, anche se mezzo secolo prima del personaggio filmico. Pare che fosse davvero un burlone, e che amasse farsi beffe dei suoi familiari, così almeno lo dipingono le dicerie popolari. Ma pare che fosse anche ferocemente antisemita, come viene accennato nel film dall'episodio con l'ebanista Aronne Piperno (Riccardo Billi).
Monicelli, nel suo genio ha preso un personaggio dell'aristocrazia impagliata del Settecento e ne ha fatto un disoncantato dandy ante-litteram. E chi avrebbe potuto impersonarlo se non Albero Sordi?...

venerdì 8 agosto 2014

Cischecco di ricotta al cioccocaffè

- Lo facciamo?...
- No, dài, sono stanco...
- Uno. Uno solo!
- E su, ti dico che sono stanco!
- Ma che ti costa? Fallo per me, dài!
- Noo, non mi va!... Mica sono cose che si fanno per cortesia, no?
- Ah no? Mi risulta che metà delle volte l'hai fatto per quella ragione! E anche su commissione, poi! E adesso con me ti fai mille problemi e mille remore!
- Non è la stessa cosa, Leppa, su. Non insistere...
- Il fatto è che non mi vuoi più bene...
- Ma che vai dicendo!
- Sì, lo so, lo vedo! Lo vedo dalla spesa che fai. Non compri più la maionese, e nemmeno la glassa al caramello per il gelato. Mi rabbonisci con le patatine...
- Che ti piacciono da impazzire, tra l'altro...
- Ovvio, ma poi finisce lì. Ed è una settimana che non accendi il forno!
- Con 35 gradi all'ombra e il sole che batte fino all'una non si ha molta voglia di calore supplementare, no?
- In altri tempi lo avresti fatto. Per me, dico. Adesso mi aspetto solo che ti ubriachi con la Sambuca e che mi dia il colpo di grazia.... Sigh! Sigh! Bella fine per un gattodemone!... Sigh! Sigh! Dopo più di seicento anni d'onorata attività nelle panze più ingorde di Roma! Ecco cosa mi tocca sopportare! Finire tra due palline di scamorza scaldate in padella e due biscotti a colazione. Integrali, poi!
- Ti prego solo di non aggrapparti alle tende come tuo solito, visto che la volta scorsa m'hai staccato uno degli stop e per un po' se ne volata tutto per aria. Sei pesante, sai?
- Ecco, anche pesante sono diventato adesso!
- E petulante. Come tutti i gatti, del resto!
- E tu.. tu sei...
- Dillo, dài. Sono?
- Un... un... mostro!
- Ah, ecco una novità. Tu mi stai incuneato nel duodeno come una tenia e mi manovri come una marionetta per ingurgitare quello che ti passa per la testa e poi il mostro sarei io, eh?
- Guarda, mi cade il pelo a ciocche!
- È un vecchio trucco, lo conosco. Non hai nessun nuovo malore da propormi?
- Uaaah!!!...
Dopo mezz'ora...
- Hai finito adesso?
- Sì...
- Ti sei sfogato?
- Sì...
- Ti va un cischecco?
- Sì... Sì, sì, sì!
- E allora all'opera, su!
- Ma perché allora l'hai fatta così lunga?...
- Per farti capire che le cose vanno fatte con curiosità e passione. Tra noi due, poi...
- E allora tutte quelle storie...
- Niente, in confronto alla scenografia che fai davanti al banco dei formaggi, caro mio.
- Quindi niente Sambuca?...
- No, macché, non lo farei mai. Casomai per te sgranocchio due bacche d'anice stellato.
- Cattivo!
- E lavati le zampe!

Certe cose si fanno davvero per amore, non per altro.
Specialmente se fuori, alle nove del mattino, fanno già 27 gradi. All'ombra.
Ma come diceva anche pora mamma mia: "Ce vò 'na riga, sennó..."
(Sì, anche lei parlava coi puntini di sospensione. Da chi avrò ripreso?... Boh...)

  
Cischecco di ricotta al cioccocaffè
500 g    ricotta
100 g    zucchero
100 g    burro
250 g    biscotti ai cereali
2           uova
100  g    cioccolato fondente
2  cucchiaini di caffè solubile
una decina di bacche di cardamono
Come per ogni cischecco che si conviene bisogna tritare i biscotti e unirli al burro fuso.
Rivestire il fondo d'uno stampo in modo uniforme e far riposare in frigo il tempo di preparare la farcia.
Basterà uno uno stampo da 26 cm, o uno da 24 cm e due piccoli da 6-7 cm, da muffin
Aprire le bacche di cardamomo, togliere i semini e triturarli in un pestasale o con un macinino.
Montare i tuorli con lo zucchero, unire la ricotta e lavorare bene con il cucchiaio di legno quindi con una frusta, per sciogliere i grumi.
Aggiungere il caffè, sciolto in poco latte tiepido, il cioccolato fuso e il cardamomo in polvere.
Montare a neve gli albumi, con qualche gocchia di limone che aiuta la montata - e non il sale, come ha definitivamente dimostrato il chimico Bressanini -  e unirli con delicatezza al composto.
Riempire lo/gli stampo/i e livellare la superficie.
Cuocere a 180° per circa 45 minuti.
Il corpo del cheesecake deve risultare asciutto.
Far raffreddare bene su una gratella quindi farla rassodare in frigo per un'oretta.

È una ricetta semplicissima, ma in grado di mettere d'accordo una tavolata di commensali.
Figuriamoci un gastrodemone col suo ospite...

Detto romano del giorno 
Chi s'inchina troppo mette in mostra er culo.
Monito e sberleffo a chi si genuflette a ogni potere, rendendosi ridicolo.


Oggi ascoltiamo
Almamegretta - Nun te scurdà

https://www.youtube.com/watch?v=8kNc-Ikbygo

mercoledì 30 luglio 2014

Dobos al caffè

- Cinque!
- Sette!
- Dai, Leppagorre, facciamo cinque, come i sensi e le dita d'una mano.
- Di voi umani, forse. No, no, meglio sette, come i colori, i nani e le stagioni!
- Ma le stagioni...
- È vero, è vero, sono undici, scusa. Comunque, ho detto sette!
- E io ho detto cinque! O non se ne fa niente!
- Sette, o nemmeno m'affaccio in cucina!
- E capirai che angoscia!... Cinque non di più!
- Sette!
- Sì, morra! Uffa... Facciamo sei e non se ne parla più?
- Mhhh... va bene. Però col cioccolato!
- No, niente cioccolato!
- E lo strato di caramello, ovvio!
- Meno che mai!
- Allora me ne vado!
- Bene, ti preparo la valigia. Dov'è, nel mio duodeno?
- Sei ridicolo, col tuo spirito di patata!
- Tanto saresti ghiotto anche di quello, figurati!
- Come fai a saperlo?
- Zeppa!
- Cafone!
- Ignorante senza rimedio!
- Cattivo!
Dopo un'estenuante trattativa - di quelle che farebbero tremare le vene dei polsi anche a un navigato mercante marocchino - decidiamo di metterci all'opera e provare a fare la torta Dobos (1).
Ma la "nostra" Dobos, ovviamente.
Tutta la cagnara - se così si può dire, riferendosi anche a un gattodemone - è sorta sul numero di strati della torta, manco a dirlo: cinque ne prevede la ricetta di Mastro Dobos, e tanti ero intenzionato a farne.
Ma lui no, lui che adesso sa leggere, "s'è informato" e sostiene che sono, senza ombra di dubbio, sette.
Com'è che non ha s'è inventato la fandonia d'essere stato ospite della panza di Cecco Beppe e d'aver assaggiato lui in primis, la vera, originale e inconfondibile Dobos.
Ma tutta la filologia dolciaria non conta un tubo, quando poi si decide di modificare a proprio gusto una ricetta.
Infatti invece della crema al burro e cioccolato ho - abbiamo?... - usato una crema al burro e caffè.
Sì, sempre di burro si tratta, ma tant'è.
Vogliamo forse fare una Dobos con la crema pasticcera?
Giammai!

Dobos al caffè
150 g    farina
150 g    zucchero
6    uova
80 g    burro
Un pizzico di sale e una bustina di vanillina.
Per prima cosa occorre preparare i sei dischi di pandispagna.
Separare i tuorli dagli albumi.
Montare i primi con 3/4 dello zucchero, il sale e la vanillina.
Iniziare a lavorare gli albumi, con un po' di succo di limone e quando il composto inizia a diventare spumoso versare il rimanente zucchero e frustare senza pietà fino ad ottenere un meringaggio sodo e compatto.
Unire ai tuorli la farina setacciata e gli albumi, alternandoli e lavorando con la marisa (2) con delicatezza per non smontare l'impasto.
Ora, la procedura classica prevede di cuocere separatamente sei dischi di pasta utilizzando una teglia, meglio se a cerniera, versando due o tre cucchiai d'impasto alla volta su un foglio di carta forno ritagliato della stesso diametro della teglia utilizzata e immargarinato (3).
Livellare con la spatola l'impasto e cuocere a 200° per una decina di minuti.
Ripetete la cottura con le altre 5 porzioni, ottenendo 6 dischi sottili che, una volta pronti, si faranno raffreddare bene prima del montaggio del dolce.


Un uccellino però (o, meglio, un vecchio testo di cucina) m'ha suggerito però di sfruttare un altro metodo, forse più macchinoso, non saprei, ma che sono stato curioso di provare.
Si preparano sei dischi di carta forno tagliati allo stesso diametro della teglia, si immargarinano da entrambi i lati, quindi si pone un primo disco nella teglia a cerniera, si versa una dose d'impasto ab libitum, quindi si pone un secondo disco di carta e si procede con il secondo strato d'impasto, fino a esaurimento.
Ovvio che la teglia deve essere d'altezza adeguata, almeno 6 cm.

Per la farcia, ho deciso di riprovare una diversa crema al burro, soprattutto dopo aver letto che si può rendere meno stucchevole di quella che solitamente si prepara.
In genere si lavora una quantità X di burro pomata aggiungendo mano a mano zucchero a velo fino ad ottenere una crema liscia e spumosa. E burrosa.
SI può invece aggiungere a una quantità x di crema burro una quantità x/2 di crema pasticcera, oppure di meringa italiana, o anche di pâte a bombe.
Usiamo la pastabbomba, ovvero la pâte a bombe, con cui avremo molto a che fare...
250 g    burro
120 g    zucchero
60 ml    acqua
4          tuorli
un cucchiaio di glucosio (o di miele)
Preparare lo sciroppo versando  in un pentolino lo zucchero e l'acqua e portando ad ebollizione a fuoco moderato fino alla temperatura di 121° C, allo stadio di cottura detto della "piccola bolla".
Infatti, perché prendendo una piccola quantità di sciroppo tra le dita bagnate d'acqua - gelata! - si deve formare una pallina morbida e cedevole al tatto.
Se non si ha un termometro e non si vuol rischiare di perdere le impronte digitali, anche solo per una pastabbomba, calcolare circa 5-6 minuti dall'inizio del bollore dello sciroppo.
Nel frattempo lavorare i tuorli con la frusta e quando lo sciroppo sarà pronto versarlo a filo sui tuorli continuando a lavorare.
Lavorare ad oltranza, fintanto che il composto avrà raggiunto la temperatura ambiente.
I tuorli diventeranno gonfi e spumosi.
A questo punto aggiungere il burro pomata a pezzetti, lavorando per incorporarlo alla crema.
Nel mio caso ho aggiunto un paio di cucchiaini di caffè solubile nei tuorli.


Comporre ora il dolce.
Sul primo disco alla base spalmare un paio di cucchiai di crema al burro bombata, disporre il secondo disco di pandispagna e procedere col secondo piano della nostra deliziosa babele, che farà una fine più meritata di quella storica, già si sa.
Una volta arrivati all'ultimo disco spalmare la crema rimanente lungo le pareti del dolce, lavorando con la spatola.
Mentre la crema è ancora morbida si possono applicare decorazioni lungo il perimetro del dolce: nocciole tritate, confettini o, come nel mio caso, cioccolato grattugiato.
Nella Dobos classica l'ultimo disco è spalmato di caramello e diviso in dodici spicchi prima che questo si raffreddi, ma ho preferito preparare della glassa all'acqua e distribuirla con la sac-à-poche.
In due ciotoline ho diviso 125 g di zucchero a velo, in una ho versato un cucchiaio d'acqua e nell'altra uno di caffè e un pizzico di cacao amaro.
Ho quindi scatafrombolato (4) la glassa bianca e ricoperto con successiva scatafrombolata di glassa al caffè.
Poi in frigo, in castigo.


- Ma com'è possibile che tu ti sia fissato così su questo dolce?
- È uno dei pochi dolci che non sia figlio di N.N. 
- Ma che diamine dici...
- Sì, pensa che gran parte delle ricette di torte tradizionali sono d'autore ignoto.
- Magari perché nei secoli hanno avuto più d'un autore, che dici?
- Sì, ma per esempio la Sacher di padri ne ha avuti anche due, a parte i processi e gli appelli che l'hanno poi attribuita solo a uno.
- D'accordo ma...
- Invece mi sai dire chi ha inventato la crostata? e la brioscia? e il ciambellone della nonna?
- Magari qualche nonna, no? Magari pure in carrozza...

- La smetti di prendermi in giro?
- Come sei suscettibile... Da quando sai leggere non ti si tiene più! E togli quegli occhiali, non fare il ridicolo!
- Non mi danno un tono professorale?
- No, specie se indossi i Dior. Sembri la sorella psicopatica di Bette Davis!
- E chi era?...
- Cercatelo su internet. Sai leggere ormai, no?


Detto romano del giorno
Né donna né tela, se guardeno a llume de cannéla.

Né la donna né la tela si guardano - e si scelgono... - a lume di candela

Oggi ascoltiamo
Kim Carnes - Bette Davis Eyes

https://www.youtube.com/watch?v=EPOIS5taqA8 

NOTE
1) La torta Dobos (in ungherese dobos torta /doboʃ tortɒ/) è una torta inventata dal pasticciere ungherese József C. Dobos (1847 - 1924) nell'anno 1884. È composta di cinque strati di pan di Spagna, su cui è spalmata una crema di cioccolato e burro, mentre sulla cima della torta è presente uno strato sottile di caramello.
La torta fu presentata all'esibizione nazionale generale di Budapest del 1885. I primi ospiti a poter provare la nuova delizia furono Francesco Giuseppe e la consorte Elisabetta. La torta assunse presto fama in tutta Europa, grazie anche alla promozione fatta da Dobos, che viaggiò a lungo presentando la propria torta. Il caramello serviva a mantenerla più a lungo ed evitare si seccasse, in un periodo in cui la refrigerazione non era ancora di uso comune. La ricetta rimase segreta fino a quando Dobos si ritirò e la regalò alla Camera dei Pasticcieri di Budapest.

fonte Wiki
2) Il leccapentole, la spatolina di gomma, sì, insomma, lei: la marisa!
3) Che uso se ne può fare della margarina, se non quello d'ungervi le teglie e gli stampi al posto del burro? Non ne vedo altri...
4) Rovesciato rovinosamente. Gettato su una superficie, spesso riferito a terra.

venerdì 25 luglio 2014

Patina Urticarum - Sformato di ortiche


Spesso in natura il primo approccio con l'Altro è fastidioso, se non proprio doloroso.
Non parlo dei predatori, i canidi, i felidi o i selachimorfi; ovvero quelle belve talmente ben attrezzate da millenni d'evoluzione da risultare vere e proprie macchine da guerra.
Parlo degli esseri che senza la loro corazza, gli aculei, gli strumenti di dissimulazione o un aspetto esagerato e spaventoso, sarebbero inermi e in balia delle prime fauci di passaggio.
Tutti gli ammenicoli che rendono un mucchietto di pelle e occhi un complicato marchingegno medievale si sono sviluppati solo per proteggere una creatura delicata, un esserino che altrimenti soccomberebbe all'istante.
Le tartarughe, i ricci, l'istrice, l'echidna...
l'elenco potrebbe andare avanti per pagine intere.
E nel mondo vegetale, guarda un po', è sempre la favolosità ad essere protetta da corazze o spine aguzze e pericolose.

Ah, le noci d'oro oleoso...
Ah, le rose di velluto inebriante...
Ah le more dal sapore di sole...
L'ortica, invece, così umile e scontrosa da sembrare quasi perniciosa, è spesso ingiustamente vituperata solo perché s'ostina a proteggere con le sue fastidiose vescichette - appunto... urticanti - un tesoro apparentemente inesistente.
Apparentemente, però...
Se nella medicina popolare le proprietà stimolanti delle sue foglie sono da sempre state usate nei casi in cui servisse un "controirritante" (1), in cucina sono presenti in molte preparazioni.
È una pianta spontanea, che ha bisogno davvero di poco per crescere e moltiplicarsi.
C'è poi chi se la ritrova nel terrazzo, e invece di trattarla come pianta infestante la coltiva con dedizione.
Anche perché è l'unica che resiste egregiamente a qualsivoglia pollice grigio...
Ah, un consiglio: passeggiata in campagna con annesso pranzetto "al sacco" o all'osteria fuori porta?
Portarsi sempre dietro un bustone e dei guanti da giardinaggio (o anche un paio di quelli in lattice), per poter così raccogliere agevolmente la nostra amata piantina e farsene una sporta.

Questa è una ricetta tratta da De re coquinaria di Apicio, il Gran Ghiottone Magno dell'antica Roma.
Chi meglio di lui?
La ricetta originale dice:
Prendi le ortiche, lavale, scolale, falle asciugare su una tavola e poi tagliale a pezzetti. 
Trita 10 scupoli di pepe, bagna con il liquamen e frega bene contro le pareti di mortaio il composto. 
Poi aggiungi 2 ciati di liquamen e sei once d’olio e fa bollire in pentola. 
Dopo che ha bollito mettila a raffreddare. 
Ungi d’olio una teglia, sbatti 8 uova e aggiungi le ortiche. Si sistema nella teglia e si pone con cenere calda sia sotto che sopra (il coperchio).
Apicio - De re coquinaria

Bene, e... che d'è 'sto liquamen?
Non sarà mica...? Ebbene sì...
Liquamen era la parola comune per "salamoia", e poteva essere realizzata utilizzando diversi aromi.
Era considerato liquamen anche il famigerato garum (2), la poltiglia di pesce macerato che i Romani usavano come la salsa Worchester, se non di più. 


Patina Urticarum - Sformato di ortiche
È un piatto che si può realizzare anche con la bieta e con gli spinaci, anche se questi non erano conosciuti dai Romani.
500 g  ortiche
4         uova
5 g      pepe
2 acciughe, anche in pasta, oppure 4 cucchiai di nuoc-nam (3)
4 cucchiai d’olio
Per una teglia da 20 centimetri possono bastare anche 300 g di ortiche e 3-4 uova.
Preparare la salamoia: sciogliere le acciughe in poco olio e pochissimo aceto.
Non sarà lo stesso liquamen dei Romani, ma non credo che se ne adonterebbero...
Scegliere le foglie meno coriacee della pianta, lavarle, scolarle e tagliarle a pezzi, unire il pepe, la salamoia, e far bollire.
Una volta freddate unirle alle uova sbattute, e versare il composto in una teglia unta d'olio.
Si può cuocere in forno o sulla brace, coprendo con le braci anche il coperchio del testo, alla maniera antica.
L'ideale è però cuocerla in forno a bagnomaria, come per la crême caramel, mettendo la teglia parzialmente  immersa in acqua in un recipiente più grande.
In tal caso ci vorrà circa un'ora a 150°.

Detto romano del giorno
A 'sto monno tutto pò stà forché l'omo gravido.

Oggi ascoltiamo
Jeff Buckley & Elizabeth Fraser - All Flowers In Time Bend Towards The Sun 

https://www.youtube.com/watch?v=JnPvnIKCJYA

NOTE
1) Da Wiki: "Nella medicina popolare queste piante hanno trovato impiego sin dagli antichi Egizi. Le applicazioni sfruttano le proprietà stimolanti e irritanti dei peli, e includono il trattamento di anemie, reumatismi, artriti, eczemi, asma, infezioni della pelle e dolori intestinali, oppure tradizionalmente impiegate come shampoo o contro le emorroidi. L'uso medicinale di U. dioica e U. urens è stato scientificamente comprovato contro artriti, reumatismi, riniti allergiche e per il trattamento dell'ipertrofia prostatica benigna."
2)  Il garum era una salsa ottenuta dalle interiora di pesce, mescolate con sale e spezie (fino a 16 spezie diverse) e messe a macerare al sole per 65 giorni. Il liquido ottenuto si filtrava, ottenendo la parte migliore e cioè il garum, mentre la rimanente parte solida era l'allec, una salsa secondaria.
All'epoca esistevano diversi tipi di garum, e non si condiva impunemente ogni cosa con la prima salsa che si avesse sotto mano. Per l'insalata, infatti, se ne usava un tipo molto delicato e che, secondo Plinio il Vecchio, aveva "il calore del miele ed è così buono che può essere bevuto in bicchierini".
3) Il nuoc-nam è una salsa indocinese molto simile al garum.