giovedì 8 agosto 2013

Vellutata di carote


Fenomenologia della vellutata
Analisi strutturale d'un tipico piatto della cucina popolare di Augusta Vindelicorum.
Ovverosia:
Com'è che che da diverse premesse s'arriva sempre e comunque all'Unità della Cosa Bona. 
Redatto dal Prof. Gemüseschneider, dell'Università dei Sapori di Tubinga.
Ivi stampato in A.D. MDCXCV

Traduco liberamente da un antico testo rinvenuto in una cassapanca dell'Università della Tuscia nel 2011, durante il trasloco di parte della locale biblioteca.
Sembra che il libro sia appartenuto a un docente di Fisiologia del Gusto, Orlando Mascheroni, scomparso in circostanze misteriose proprio quell'anno, in concomitanza dell'importante convegno "Uso dello scalogno nella società moderna: come e perché. Siamo davvero così fighi?".
In seguito alla scomparsa dell'esimio professore i suoi testi sono stati trasferiti nella locale biblioteca della facoltà e tra essi, avvolto in un sottile panno di raso viola, è stato rinvenuto questo libro, redatto in lingua latina e, incredibilmente, tuttora in ottimo stato nonostante le numerose annotazioni e ditate di salse non identificate che numerose ne costellano i margini delle pagine.
Riporto solamente la sezione "Struttura delle vellutate", quella che a noi può risultare più vicina per gusti culinari, certo assai più della sezione "Alimentazione delle carpe da allevamento. Cibi consoni e cibi sconsigliati", che avrebbe ben pochi estimatori al giorno d'oggi se non tra gl'itticoltori.

L'autore del libro passa in rassegna le diverse composizioni dello iusculum saetosus (la vellutata, appunto), le sue diverse tipologie, la loro natura gustativa e nutrizionale.
Ne traggo un breve sunto, per gentile concessione del Prof. Marcello Persichetti dell'università suddetta.

La Vellutata si compone di tre elementi principali:
1) Elemento vegetale: nella figura di zucchine, patae, carote, e ortaggi di varie specie in base alla loro stagionalità;
2) Elemento liquido: dal brodo (sia esso di natura vegetale o animale) alla semplice pura acqua di fonte.
3) Elemento addensante, di varia natura, che partecipa alla struttura corposa della crema;
4) Elemento aggiuntivo, che aggiunge sapidità alla crema. Può essere costituito anche da elementi animali (crostacei, molluschi o carni di varia natura)

Qui l'autore si dilunga largamente in una prosa prebarocca che nel contesto della Rete è assai poco adatta.
Vado quindi a semplificare gli orpelli sintattici di cui è costituito il saggio in uno schema riassuntivo che sia di veloce e "digeribile" consultazione.

Premesso che l'elemento base può essere una qualsiasi verdura che sia stata precotta e passata al setaccio, le vellutate possono essere suddivise in:


Vellutata leggera (Lĕvis iusculum)
Nelle quali al passato di verdura di base si aggiungono:
come elemento liquido semplice acqua o brodo vegetale;
come addensante una patata lessata e schiacciata;
come elemento sapido del formaggio stagionato grattugiato o dello yogurt.

Vellutata media (Medius iusculum)
In cui si hanno, in aggiunta al passato di verdure:
come elemento liquido del brodo (di vedure o carni miste) e della salsa besciamella;
come addensante una patata lessata e schiacciata;
come elemento sapido della panna di latte e del formaggio stagionato grattugiato.

Vellutata porca  (Verres iusculum) [sic!]
In cui, per sommo gaudio, si hanno:
come elemento liquido del brodo (di pollo, manzo o carni miste) e della besciamella;
come addensante una patata lessata e schiacciata o un paio di cucchiaini di fecola di patate (sciolta in poca acqua fredda);
come elemento sapido della panna di latte, del formaggio stagionato grattugiato e del soffritto (oleum coctus) di cipolla o di aglio.

C'è da notare che la "salsa besciamella" citata dal Prof. Gemüseschneider è in realtà la "salsa tosca", che Caterina de' Medici portò in dote in Francia assieme a forchette, gelati (e coltelli con cui sgozzare gli Ugononotti... la maledetta) e già presente nei testi della gastronoma tedesca Sabina Welserin come  "salsa bianca".

Alla luce di queste dotte argomentazioni, delle quali ho ripostato in modo così indegno solo alcuni tratti, cerchiamo di sviluppare nella pratica una vellutata di carote,  di media porcosità, che sia di conforto per cena in queste sere così fresche e frizzantine...
È palese, credo, che il caldo di questo periodo m'abbia fuso la cerebrogelatina in cui erano conservati gli unici due neuroni che mi sono rimasti e che in essa trovavano sostegno e nutrimento.
Eh già, ma ormai è fatta, e le caronte... cioè le carote sono pronte, e quindi non resta che accingerci a preparare una gustosa vellutata.
Da gustare fredda, magari!


Vellutata semiporca alle carote
Dose per due persone (o per due cene da soli, fa lo stesso)
600g    carote
2           patate medie (400 g ca.)
250 ml besciamella
200 ml brodo
due cucchiai di yogurt (facoltativo)
Lessare le carote e le patate, magari nella PaP, che il buon Prof. Gemüseschneider all'epoca sua si sarebbe sognato di possedere, e ridurle in purea.
Qui si impone una scelta nota dietologica: se si vuole una vellutata tendente alla semiporcaggine si può serenamente aggiungere la besciamella e quindi allungare col brodo, ma se giunge un qulche scrupolo (dovuto più alla crescita di circonferenza addominale che altro) la si può modificare in semileggera sostituendo la quantità della besciamella con solo brodo (o meglio ancora sarebbe solo l'acqua di cottura delle verdure).
L'importante in cucina, e non solo, è essere sempre coscienti di quel che si fa.
Lasciar sobbollire per qualche minuto, il tempo di lasciarla addensare.
Salare e pepare a piacere e "inscodellare" aggiungendo, se fa piacere, un cucchiaio di yogurt a persona.

Aforisma del giorno
La tavola è l'unico luogo dove non ci si annoia mai durante la prima ora

Brillat-Savarin


Oggi ascoltiamo
Lucio Battisti - La sposa occidentale

http://www.youtube.com/watch?v=VVeJi-ooy4U


Che meravigliosa dichiarazione d'amore quella in cui si dice: "Ti piacciono i dolci/ ed io sul tuo terrazzo impianto /un'impastatrice industriale/ che mescola e sciorina la crema per le scale."
Altro che fiori rosa-fiori di pesco o i lugubri mari neri...

lunedì 5 agosto 2013

Sindrome di Savarin

- Sono stanco!... Con questo caldo non ce la faccio!
- Ma Leppagorre mio bello, sono io che cammino, te lo sei forse scordato? Tu stai bello bello accovacciato sul mio stomaco e te ne freghi del caldo e della fatica. Ma scusa, non volevi visitare anche tu questo museo, che in 600 anni non avevi mai visto?
- Sì, come no? Ma...
- Ma che?
- Quando si mangia? Ho una fame boia, e mica posso stare tanto a stecchetto io! Hai deciso di fare la... - oh, non riesco neppure a dirlo senza che mi tremino le vibrisse! - dieta, forse?
- Eh, mi sa di sì. Sai che ho sforato col peso, vero?
- Uhm...
- Sai che mi farebbe bene un po' di astinenza da dolci e carboidrati, vero?
- Uhm...
- Sai che per un po' non potremo mangiare formaggi nelle dosi a cui siamo abituati, vero?
- Basta! Ti lascio! Beviti pure un litro di mistrà! Tu finirai all'ospedale ma io almeno troverò la pace!
- Arièccolo, il genio dello smielodramma... E che! Sei impazzito? Due giorni di riso ti hanno già fatto quest'effetto?
- Nero! Riso nero, era!
- E quello avevamo. Ma guarda qui, il Laocoonte:


- Ma io dico, ci si balocca così con le anguille? Non potevano tagliar loro le capocce e buttarle subito nel pentolone?
- Leppa, ma che dici! Anguille?
- Sì, capitoni, murene. Che cosa, sennó?
- Hai fame vero?
- Sì....
- Mangiamo un cracker, su.
- E hai capito! Grasso che cola!...
- No grasso che s'accumula, semmai. Ehi, guarda qui, la Madonna col Cardellino, ancora fresca di restauro:

- Mhhh... ne vorrei anch'io!...
- Ma che?
- Mhhh... una fettina sottile, piccina piccina, ma con un filo di cotenna croccantina... mhhh!
- Sei impazzito, vero? Agli australiani prende la sindrome di Stendhal e a te... chissà che cosa!
- Poca poca, ti prego, guardala, guardala!
E avvicinandomi di un passo al quadro mi accorgo che davanti a me s'è materializzata un'altra realtà, parallela alla nostra, meravigliosa e banale, forse soltanto un'allucinazione, una Fata Morgana, un malore dovuto al caldo, alla fame...

- Signore, si sente male?
Odio quando mi si chiama "signore", mi da del cornetto stantio del giorno prima, della muffa in una cantina perduta, di gorgiere e di zimarre.
Insomma, mica sono mio nonno!...
- No, no sto bene. Tutto a posto. È solo... il caldo.
- E la fameee! Diglielo, diglielo che mi fai star male, che vuoi uccidermi d'inedia e di stenti! Maledett'ammé che t'ho incontrato!
- E basta! Tieni, mangia un paninetto, va.
- Meglio di niente!... Mi sembro Nosferatu che assale le sue vittime, ma è possibile?
...
- Va meglio, ora?
- Uhm... un po'. Certo che la fame gioca brutti scherzi, eh?
- Puoi dirlo forte...
- CERTO CHE LA FAME...
- Aho! Ma sei scemo? Gli altri non ti sentono, ma io sì!
- Guarda! Laggiu! Guarda! Non è forse un Caravaggio, quello?
- Da lontano sembra il Bacco ma... mi pare diverso... C'è come qualcosa che non mi convince.
- Andiamo a vederlo, su!
- Andiamo.

- Ma non è un amore? Non è un capolavoro?
- Ma questo...questo... ma abbiamo appena smangiucchiato, non può essere un'allucinazione, no, non può essere!
- Non sono venuto bene?...


- Aaargh!
- Ma dove vai? Ah ah ah! Savarin mon ami Savarin!

sabato 3 agosto 2013

Casu marzu, casgiu fracicu... sì, insomma: il pecorino coi vermi

Succede, piano piano, senza preavviso, e basta un nonnulla.
La moschedda arriva, guidata dall'odore forte e invitante, scava lesta lesta con le zampine la scorza ancora molle del formaggio, riesce ad aprire una crepa, un varco, depone le uova e da lì il gioco è fatto: la forma di pecorino diventa l'ospite di una miriade di larve.
Succede anche a noi, del resto, quando si hanno le difese troppo basse e la scorza ancora troppo tenera, deliziosa ma pericolosamente inerme: la moschedda sale dal buio profondo e torbido di noi stessi e scavando scavando con silenziosa alacrità trova pian piano un terreno fertile per riprodursi.
Si rischia così di essere invasi da qualcosa di simile a un parassita, da pensieri morbosi e malevoli.
Colin Wilson ne scrisse anche un romanzo, agganciandosi alla vertiginosa mitologia di H.P. Lovecraft: i suoi Parassiti della mente erano però sfuggenti entità aliene che da millenni vivevano ancorate al cervello umano, impedendo lo sviluppo di tutte le sue più recondite possibilità.
Alla faccia dell'Es e dei suoi antri oscuri e pieni di minacce...

La moschedda (la Piophila casei) è piccola e sfuggente, e non ama solo il pecorino, la ghiottona, ma ogni cosa che sia fonte di proteine per la sua nidiata di pupe. Come darle torto: tiene famiglia anche lei, no?
Ecco che allora le forme di cacio ma anche le carni messe a stagionare e persino il latte, diventano per lei un paese di Bengodi. 
Spesso il pastore, che qui è anche casaro, se ne accorge in tempo, e allora "lava" la ferita della scorza tamponandola poi con carta bagnata, prima che il formaggio vada a male.
Ma altre volte è proprio quello che segretamente si spera che accada, una silenziosa, impercettibile, e solo all'apparenza rovinosa, invasione.
Qualche volta di fronte alla staticità di una situazione giunta allo stremo anche l'arrivo dei barbari è un cambiamento, un epilogo qualunque, la nascita di una nuova era, come anche scrisse Constantinos Kavafis.(1)

Il coltello taglia la calotta della forma che da fuori, ad occhi inesperti, sembra asciutta, compatta e la stessa di tutte le altre e che invece, oltre la parete dell'apparenza, nasconde una sorpresa.
Come se entrando in un'enorme sala nascosta da una tenda si scopra un'animatissima festa o un baccanale: una coltura florida, un brulichio di bianchi esserini frenetici mostrano tutta la loro vitalità saltellando come molle in ogni dove. 
Bisogna capirli, sono giovani, irrequieti e pieni d'energia; ma fuori da quel pastone nutriente non avrebbero scampo: la massa molle è nido e nutrimento e oltre il saporito perimetro della scorza non vi sarebbe salvezza.(2)

(3)

Intendiamoci, questi non sono i lombrichi della terra, grassi e qui da noi graditi solo da chi abbia un minimo di penne, né i repellenti e coriacei bigattini che nascono da altre colture...
No, sono piccoli, innocenti e candide larvette che si nutrono della polpa ancora molle del formaggio, digerendola e trasformandola in qualcosa di... sublime.
Se si amano i sapori forti, le venature azzurre e profumate del gorgonzola, la scorza polverosa dei formaggi stagionati dal gusto piccante allora questa non sarà una sorpresa, ma la scoperta di un tassello che mancava alle papille.
La polpa del pecorino, diventata molle e cremosa grazie ai minuscoli e irrequieti ospiti, si spalma sul pane carasau o sulla morbida spianata sarda: un morso, seguito da un sorso di vino rosso fanno ritrovare l'armonia col Cosmo, pacificano le parti in lizza nell'arena del cervello e allontanano, per un po', i Parassiti della mente...
E mentre con gli occhi lucidi di commozione (e anche perché lu casgiu fracicu - come si dice in Gallura - è bello piccante) ringraziamo chi ci ha fatto conoscere questa delizia proibita (4) ripensiamo a questi versi di Lussorio Cambigianu dedicati, manco a dirlo, proprio a Lui:

Casu marzu

It’ est chi ti  dat a tie sabore?
Su  tempus ,chi forzis  t’ at frommadu
O puru ca ti s’ at ilmentigadu
Chena giradu  deris su salidore?
Sa musca in su coro t’ est ‘intradu
Cambiendedi  su tastu  e su colore
Comente unu  ‘ etzu  licore
Ses tue  in totue disizadu

Fatu ti ses:  marzu.. cas’ elveghinu
Pessende  chi fis  de  pagu contu
Imbeze  tantu ses  pretziadu

Dae cando su  bobboi ti ses pasadu.

Zeltu no ses manigu pro  tontu
Chi  no  at connotu de sa vida  abbinu.


Cos'è che ti dona sapore?
Il tempo,  chi t'ha formato, forse
oppure t'ha dimenticato
senza girarti ieri il salatore?
La mosca t'è entrata nel cuore
cambiandoti di gusto e di colore
e come un vecchio liquore
ovunque sei desiderato

sei diventato marcio, pecorino
pensando che valevi così poco
e invece sei così tanto apprezzato

da quando il leccornia ti sei mutato

Certo non sei cibo per il gonzo
che della vita poco ha conosciuto

(mi(ser)a traduzione in italiano)


NOTE
1) Per esempio in Aspettando i Barbari, in È la fine, e un po' in tutti i suoi versi, a dire il vero.
2) Tanto che se i vermetti non hanno la loro tipica vitalità è segno che il casgiu fracicu è andato a male, definitivamente.
3) Non ho voluto fotografare la forma di pecorino vivo che ho assaggiato: ero a casa di persone alle quali portare rispetto vuol dire (tra le altre cose) apprezzare con un solo sorriso gioioso quello che ti si offre senza correre a prendere la macchina fotografica.
Strano però che il 90% delle foto del Casu marzu presenti in Rete sia questa qui: come le Dive anche Su casu ha le sue foto ufficiali?...
4) vedi wiki, per un excursus veloce sul Casu marzu, ma anche qui per il testo della Legge 283/1962 che ne impedisce la commercializzazione.
Quanto alla presunta pericolosità del cibarsi del pecorino infestato dalle larve della Piophila casei, non mi dilungo certo nell'argomentare che un esserino simile non può in alcun modo sopravvivere all'acidità dello stomaco umano, ma riporto pari pari la frase del mio gentilissimo ospite: "Mangio casgiu fracicu da quando avevo sei anni e oggi ne ho settanta. L'unico problema di salute m'è venuto invece dai miasmi delle industrie di Porto Torres."
Parole sante.

giovedì 1 agosto 2013

Mirtamisù, ovvero Tiramisù sardu

- Quando si parte, quando si parte, quando si parte?
- Fermo, Leppagorre, non uscire ancora, resta nello zainetto e non espanderti, sennó mi fanno pagare un altro biglietto, e uno già basta e avanza.
- Ma qui mi annoio...
- Ma se ti sei divorato già mezza brioche che avevo preparato per fare merenda! È possibile? Dimmi tu...
- Ma se gli altri non mi vedono come mai devo comunque nascondermi? Mica l'ho capita 'sta cosa, io!
- Non si sa mai con te. Non vorrei che qualcuno riuscisse a scorgerti per qualche strano motivo. Dopo l'Olandese Volante ci manca solo il Gattone Nostromo e siamo a posto!
- Ma io qui mi annoio... Quando si parte?
Molesto come una zanzara tigre che sforacchi ripetutamente la pelle durante il riposino post prandiale, insistente come la goccia sul cranio della mitica tortura cinese, fastidioso come il continuo avviso "Sono disponibili nuovi aggiornamenti".
Ma perché mi faccio convincere ad andare in giro? In cucina dovrei stare. E pure ben nascosto.
Ora sta sonnecchiando placidamente nello zaino, raggomitolato sulla fetta di brioche già rosicchiata che sparge molliche ovunque.
"Avrei bisogno di una vacanza da me stesso", chi lo diceva? chiunque fosse non diceva affatto una castroneria.
Sospiro. Sebbene sappia che nessuno può vederlo, tranne me, mi viene sempre lo scrupolo di celarlo, e più alla mia vista, credo, che a quella degli altri.
È come un tic nervoso, un "difetto" fisico qualunque e, in fondo, innocuo. Non corro rischi, lo so bene. Lui c'è e non c'è.
Ma esiste comunque, come Amleto, Madame Bovary, Don Chisciotte e Paperino.
Più vero di noi, quasi.
Sicuramente più stabile.
E se noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, lui di cos'è fatto?...
- Allora, posso uscire?
- Vai, esci pure, e goditi il panorama. - Oggi c'è un sole splendido e l'aria è limpida e ventilata, come sempre sull'Isola: una delizia.
- Fossi matto, soffro il mal di mare, io! Se l'avessi saputo che saremmo partiti in nave col cavolo che t'avrei seguito!
- E come ci saremmo arrivati su quell'isoletta, in volo forse?
- Be' sì, come l'altro giorno...
So che lo fa per dispetto: non sarebbe un demone, altrimenti, ma l'immagine di lui adagiato come un asciugamano peloso sul bordo della ringhiera mi fa un po' ridere e un po' mi fa paura.
Non sia mai...

- Signori, tra qualche minuto arriveremo a Spargi, quindi a Budelli, dove potrete ammirare la spiaggia protetta che...
- Spargibudelli? E cos'è, uno splatter film?
- Zitto, e non guardare le onde, che t'aumenta la nausea, guarda il cielo e l'orizzonte. È bello, vero?
- Sarà... Ma ho già fame, io. Che c'è per pranzo?
- Penne al sugo di crostacei, perché?
- Che ne so, magari a Budelli avrebbero potuto cucinarci dello zimino (1).
- Un'altra di queste e ti lascio in cima a quello scoglio laggiù, a farti beccare il pelo dai gabbiani assassini.
- Cattivo...

- Signori, stiamo per raggiungere l'isola di Santa Maria. Attraccheremo a Porto Madonna tra cinque ...
- Questo vuol dire che c'è anche un Portodid...
- Zitto! Mi metterai nei guai un giorno o l'altro, lo so. E poi cos'è 'st'umorismo da terza elementare?
- Ha parlato 'o professore!
- Almeno so leggere, a differenza tua che non hai mai voluto imparare. Lo sai cosa c'è scritto su quel cartello bianco e blu? Love Boat. È il nome della nave.
- Mare profumo di mareee, con l'amore io voglio giocareee... E dov'è, dov'è?
- Chi cerchi, il capitano Stubing, forse? O Gopher? Ah, ah, ah!
- Proprio lui! Col suo bel musetto peloso, i suoi dentini...
Capisco sempre troppo tardi che mi prende in giro in continuazione.
 

Questo è il suo gopher, mica  Burl "Gopher" Smith, del quale in dieci anni non s'è mai capito quale fosse la precisa mansione sulla nave...
Comunque sia, il giro va avanti, e la vista di tante bellezze mi ripaga della scocciatura d'essermelo portato dietro.
Questa, appunto è Cala Corsara, a Spargi:


Dopo una giornata del genere ci si sente riappacificati con il mondo ma anche spossati, dal caldo e dai gatti molesti, e l'unica cosa che si vorrebbe è solo una poltrona morbida nel semibuio della stanza e  qualcosa di buono che ci riporti in vita.
Un genere di conforto, per esempio, o anche una ghiottoneria.
E visto che siamo in tema di Sardigna perché non preparare qualcosa di fresco e saporito?
Un Tiramisù sardo, o anche un Tirami su sardu, o anche, in limba, Tirài a mie assùa, o anche Leame a susu, o pure...
Vabbè, va, chiamiamolo Mirtamisù, per non sbagliare.

Per una teglia da 18x22:
300 g     savoiardi di Fonni
250 g     mascarpone
2            uova
100 g     zucchero
120 ml   acqua
120 ml   liquore al mirto (un bicchiere ca.)

Si potrebbero usare anche i savoiardi classici, perché no, ma se ci si trova in Sardegna o in un negozio ben fornito del continente, allora vale la pena di provare con i biscottoni di Fonni, e non per la loro dimensione, come giustamente suggeriscono in una pubblicità gli stessi produttori:


È proprio il sapore ad essere diverso, e sembra strano, visto che gli ingredienti sono gli stessi.
Non c'è tregua: una volta o l'altra dovrò imparare a farmeli da me.

Far bolllire ¾ del liquore al mirto per 5-7' in modo da eliminare l'eccesso di gradazione alcoolica.
Aggiungere poi quello non bollito e l'acqua.
Montare i tuori con lo zucchero, aggiungere delicatamente il mascarpone (lo sapevate che è un ingrediente di quelli "permalosi", vero? Qualche volta se lo si tratta troppo male si risente e si separa, insomma una tragedia).
Aggiungere gli albumi montati a neve, sempre con la grazia e la delicatezza che vi contraddistingue... sì, vabbè!
Immergere i savoiardi nello sciroppo di liquore, disponeteli nella teglia e cospargeteli con la crema al mascarpone.
Potete decorare con della traggera (o diavolini, i micro-confettini di zucchero colorati) o anche con della panna montata, ma vista la presenza del mascarpone sarebbe un pleonasmo di quelli che picchiano ai fianchi.
Si impone, doverosa, una variante del valico del piacere: ma se siamo in Sardegna, metti, o se si prepara un dolce del genere in continente, perché non usare la loro squisita ricotta di pecora?
Tra l'altro la ricotta è anche meno grassa del mascarpone, tanto che è uno dei pochi formaggi che ogni dietologo consente (anche se solo una volta a settimana, mannaggia a loro...)
Come si dice: e chi ce lo nega? Non è certo una novità, da come si può vedere.
Il procedimento è sempre lo stesso: montare i tuorli con lo zucchero, unire la ricotta (stessa quantità del mascarpone) lavorata a crema, aggiungere gli albumi a neve e il gioco è fatto.
È solo una questione di gusti, ovviamente: la ricotta di pecora, avendo un sapore più deciso rispetto a quella vaccina, e anche del mascarpone (che è già dolce di suo), può risultare troppo forte (o meno delicata, a seconda dei punti di vista).
Per superare questa impasse suggerisco di prepararlo in due tornate: una con il mascarpone e l'altra con la ricotta.
Ovina, ovvio.

Detto sardo del giorno
Sa peta cotta no torrat crua

La carne cotta non torna cruda

Oggi ascoltiamo, ovviamente
Little Tony - Profumo Di Mare
http://www.youtube.com/watch?v=xb411X9c1CA
E un ricordo va all'indimenticabile signor Cuore Matto. 

NOTE
1) lo zimino è un piatto composto da frattaglie, per lo più d'agnello, cotte sulla graticola, ed è il vanto della cucina sassarese. Se ne sta in questi giorni aspettando con ansia il consenso al commercio, dopo il lungo periodo di fermo dovuto all'allarme BSE.