domenica 29 luglio 2012

Pausa di malinconia

Ecco, tra le mie mani
ancora aperte
le piume, i ciottoli, le scaglie,
sguardi dal turbine
che confonde, che cancella.
Altro non ho;
non imbastisco sogni,
non me lo concedo,
non costruisco archi
da caccia, di trionfo,
e non afferro,
nella mia corsa
ad occhi aperti
e senza fiato,
altro che lo sgomento
di ritrovare il mondo
a ogni respiro.

Oggi ascoltiamo
Jónsi - Grow Till Tall
http://www.youtube.com/watch?v=XQuz8jmUYDU

giovedì 19 luglio 2012

Minibavaresi alla mandorla

Mettiamo che un giorno torniate dalla Sicilia colmi di un sole generoso, di bei ricordi, con gli occhi straboccanti Barocco e una sporta ricolma di leccornie.
- Ma se sei stato capace di portarti anche una busta di ciottoli di quella spiaggia sassosa!... E in treno, poi... figurati! Ah ah ah ah...
- Ma non eri in vacanza, tu? Dovrò far vedere a tutti, prima o poi come sei, brutto ceffo felino d'un Leppagorre!
- Certo che sei suscettibile più del solito. Non sarà mica la menopausa?
- Casomai, andropausa... E poi sai bene come e perché, non far finta di comparire e scomparire come il gatto di Cheshire. (1)
- Chi???...
- Vabbè, va... lascia perdere... Lo stregatto. Conosci?
- Ahhh... sì, certo! Un mio vecchio amico di briscola!
- Briscola?... Tu, lo stregatto... e chi altri?
- Oh, beh, per un certo periodo anche Behemot. Sai, il demoniaccio dispettoso del "Maestro e Margherita"...
- So bene chi è. E che è successo, poi?
- Beh, te lo puoi immaginare, no? Barava come un malandrino da osteria portuale, il malefico, e faceva comparire due o tre volte a vantaggio suo l'asso di denari!
- Ah, ecco...
- E quindi ora gli abbiamo dato l'aut-aut.
- Certo, da due galantuomini come voi... Mi sa tanto che a barare siete tutti e tre, voialtri!...
- Tre? E Romeo dove lo metti?
- Romeo? Chi, il gatto del Colosseo? Ma non era irlandese? (2)
- Sì, della Garbatella!... Devi vedere come parla romanesco, lo sgrinfio!...

Allora, dicevamo: tornate dalla Sicilia e, tra le buone cose che vi siete portati a casa (e so che avete avuto l'imbarazzo della scelta!) vi ritrovate un bel panetto di pasta di mandorle.
Ci volevate fare il latte di mandorla da tenere in frigo quei pochi millisecondi che l'avrebbero separato dall'estinzione.
Oppure un bel gelato!... Mhhh, la granita alla mandorla... Una delle cose per cui vale la pena d'essere vissuto!...
- E fattela, no?
- Sì, certo, se avessi il freezer sgombro da tutto quello che mi ci hai fatto ficcare dentro, maledetto!... Mica siamo in guerra, sai?
- Previdenza, si chiama. Previdenza.

Bene, con questo panetto che si aggira per la credenza come un'anima persa, in cerca di altri ingredienti provenienti dall'isola di Colapesce (3), alla fine non farete nulla, già lo so, fino a tre giorni dalla data di scadenza riportata sulla confezione.
E mo'?...
Facciamo i buoni, una volta tanto. Facciamo dei buoni...

Minibavaresi alla mandorla
200 g   pasta di mandorle
250 ml latte
150 ml acqua (un bicchiere, o giù di lì...)
3 fogli di colla di pesce.
Far sciogliere a fuoco lento la pasta di mandorle nel latte, mescolando spesso per non farla attaccare.
Con un frustino cercatre di amalgamare il tutto eliminando eventuali grumi.
Nel frattempo far ammollare in acqua fredda la colla di pesce.
Quando il la pasta di mandorle si sarà ben sciolta aggiungere l'acqua. Regolatevi a vostro gusto vista la spropositata presenza di zucchero il composto sarà magari troppo dolce e se un bicchiere d'acqua vi sembra poco aumentate la dose.
Assaggiate, sennó passerete dallo smielato allo scialbo senza accorgervene.
Aggiungere la colla di pesce strizzata e  mescolate bene per farla amalgamare al composto.
Ora dividete il bavarese in stampini singoli e fare rassodare in frigo per almeno 3, 4 ore.
Sformate sui piattini di portata e decorate con della glassa al cioccolato.

- Mhhh... E quando torniamo in Sicilia?
- Quando troveremo un lavoro decente, che dici?
- Guastafeste!
- Testa a pera!
- Scorbutico!
- Imbecille!
...
E così via, fino al terzo minibavarese.

Aforisma del giorno
Ci sono molti modi di arrivare, il migliore è di non partire.
Ennio Flaiano

Oggi ascoltiamo
Depeche Mode - Walking in my shoes
http://www.youtube.com/watch?v=-4YEW8uibkY

Note
(1) Ovviamente da "Alice nel paese delle meraviglie", di Lewis Carroll.
(2) Dal film Disney, gli "Aristogatti" dove, appunto, nella versione originale, il gattone roscio parlava con accento irlandese mentre, in quella italiana un toscanissimo Renzo Montagnani gli dava un marcato accento capitolino.
(3) Una suggestiva leggenda siciliana racconta di un certo Nicola da Messina molto abile a nuotare (e per questo soprannominato Colapesce) il quale, accortosi che una delle tre colonne sottomarine su cui poggia la Sicilia stava per cedere decise di restare in acqua per salvare la sua isola dal crollo.

lunedì 16 luglio 2012

Pane Moddizzosu

Spesso, chi pensa alla cucina sarda pensa a una cucina "povera", dove la varietà degli ingredienti non è alla pari di altre cucine continentali, e dove la presenza della carne è misurata dall'atavica necessità di non scialare.
Non troveremo mai, nella tradizionale cucina dell'isola spezie troppo profumate, accostamenti troppo arditi, o piatti molto elaborati. Scordatevi quindi il pavone ripieno di pollo, ripieno a sua volta di pernice, ripiena di tordo... che al mercato mio padre comprò!
Ciò non vuol dire, al giorno d'oggi, una cucina scarna e frugale; basterebbe dare un'occhiata ai pranzi conviviali, quelli "importanti", per capire che in gran parte di essi ci si siede in tavola di mattina e si va via, se tutto va bene, di sera, con grande esercizio della muscolatura maxillofacciale.
La cucina sarda è semplice, ma la semplicità non è mai scontata.
La semplicità è la cosa più difficile del mondo, signora mia.
È una cucina che nasce dalla pastorizia, dallo stretto legame con la terra, la propria terra.
L'insularità è approdo per gli stranieri e porto spesso senza ritorno per chi la vive.
La Sicilia in questo è molto più barocca: ha assimilato tutto quello che veniva da fuori e ne ha fatto un quadro di ricchezza incomparabile (siete mai stati in una pasticceria siciliana? No? Ecco...)
Molto della cucina laziale ricorda la cucina sarda: le comuni radici agro-pastorali, la necessità che s'è fatta virtù nel creare da così poche cose una gamma di piatti e di sapori senza fronzoli, che vanno dritti al sodo.
Ne parleremo a proposito della pasta "cacio e pepe"...
E a proposito di semplicità: cosa c'è di più semplice del pane? Farina, acqua, lievito e, spesso, neppure il sale.  Eppure... Quanti tipi di pane italiani conoscete? Avete perso il conto, vero?
Bene, questo vale anche, se non soprattutto, per la Sardegna.
Il librone della casa editrice Ilisso s'intitola "Pani. Tradizione e prospettive della panificazione in Sardegna" (Nuoro, Ilisso, 2005), e pesa quasi cinque chili... Dategli un'occhiata in formato pdf.
Per il companatico, tesori miei, basta la fantasia.
Avete mai visto il pane sardo delle feste? Un pane chiaro e leggero come stoffa, lavorato come un merletto, con fiori e foglie e rami e pampini... Opere d'arte nate dalla scarsità di mezzi e dalla voglia di creare, comunque, qualcosa di bello.
Ah, la forza e il genio delle donne sarde...
Tutto questo per dire che la varietà insita nella semplicità sorprende sempre.
A me hanno sorpreso dei paninetti bassi e anonimi dal nome curioso : il Moddizzoso, ovvero il Morbidoso.
E cos'è che può aiutare il pane a restare così morbido, a mantenersi per giorni e giorni senza seccarsi troppo? Ma le patate, certo! Chi è abbruzzese e fa da sé il pane, sa bene, per abitudine (la piana del Fucino è fucina di patate per tutto il centro italia...) che aggiungere due belle patate lessate e schiacciate al solito chilo di farina rende il pane più morbido e gustoso. Oltre a farlo durare di più.
I panini Moddizzosos hanno la stessa disarmente semplicità di colpire i nostri sensi col profumo, la morbidezza, il sapore.
Un po' come i sardi: ci conquistano con poco...

Pane Moddizzosu
1 Kg   farina di semola di grano duro
1 Kg   patate
200 g  burro (anche se qui si usa molto lo strutto, ma non ce la posso fare...)
22 g   lievito (un cubetto)
1 cucchiaino di sale.
Lessare le patate, sbucciare e schiacciarle, unendole poi alla farina.
Mescolare bene e far raffreddare un poco; le patate devono essere bollenti per legare bene con la farina (chi fa gli gnocchi di patate lo sa bene) ma è anche vero che il lievito di birra non sopporta temperature troppo alte (a temperature superiori ai 65° i saccaromiceti rischiano l'estinzione, quindi...)
Aggiunto il lievito si lavora bene.
Il burro dev'essere morbido, e unito alla fine, come per le brioches.
Lavorare per una decina di minuti affinché la maglia glutinica si formi e renda il pane... un vero pane.
Far lievitare fino al raddoppio in una ciotola, coperto da un panno e al riparo dalle correnti d'aria, grandi nemiche della levitazione.
Formare quindi delle pagnottelle lunghe un palmo e alte un dito.
Nel farlo stendete la pasta e ripiegatela su se stessa, come i lembi di una busta da lettera; le fatidiche pieghe aiuteranno il pane a mantenere una struttura solida.
Far lievitare i panetti per altri venti minuti su una teglia coperta da carta forno, infarinandoli per bene.
Cuocere in forno, a 180° per una mezz'oretta.
Quando assumeranno colore e il loro profumo vi riempirà la casa, sfornarle e lasciarle raffreddare.


Vi guarderanno inutilmente con i loro occhietti pietosi...


Sarà tutto inutile: faranno presto una brutta fine!


Detto sardo del giorno
Ad s'istranzu non l'abbaides sa bertula. 
All'ospite non guardare la bisaccia.

Oggi ascoltiamo 
Andrea Parodi - Umbras

martedì 10 luglio 2012

Torta degli spasimanti

Questa torta è di repertorio, infatti è stata preparata giusto un anno fa.
Ma un anno fa questo blog era ancora in un limbo dal quale solo a marzo di quest'anno ne è faticosamente uscito.
Meglio tardi che mai, no?
È una torta di compleanno per Sabrina, una persona davvero speciale.
Ogni persona ha qualcosa di importante, sempre, ma qualcuno è per noi qualcosa di speciale, perché ci accompagna con dedizione discreta e con affetto per tutta la nostra vita; perché ci capisce come nessuno mai potrebbe fare (e spesso più di quanto noi stessi potremmo fare); perché spesso è bello anche solo starsene su un divano a spettegolare, proprio come due vecchi amici.
Una cugina, una sorella e un'amica.
Questa torta è per la vera donna della mia vita. E mica tanto per dire… 


La torta è composta da due pandispagna, ognuno di tre strati, farciti alternativamente alla vaniglia e al cacao, ricoperti da uno strato leggero di panna e quindi da MMF colorato.
La decorazione, sempre in MMF, è rigorosamente a tema...


La festeggiata sta nel relax di un bel bagno (la vasca è MMF bianco sagomato su una confezione di formaggio spalmabile...) con tanto di sapone e spugna, immersa in un’acqua azzurrina (del tortagel con poche gocce di colorante blu e della glassa reale a far da schiuma...) mentre intorno a lei siedono tre uomini.
Uno è romantico e porta il cuore in mano,

 
un altro è intellettuale e sta leggendo un libro, “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza (1)

 
e l’altro è un mandingo un po’ imbranato (si vede dai calzini di spugna e dalle pasticche di viagra poggiate su un piattino accanto a lui...)


Insomma tre uomini dei quali lei, presa dal momento con se stessa, poco si cura. 
Ci sono poi oggetti ai quali lei è molto affezionata: la reflex, un paio di scarpe coi tacchi, un bella borsa rosa, una pergamena (di MMF) che riporta gli auguri di un nostro personaggio inventato, Talentuosa F.

 
E poi il tappetino da bagno e, accanto a lei, un cactus fiorito, pianta simbolo di un qualcosa di prezioso che si concede con parsimonia al mondo ma in un profluvio di bellezza.


Beh, che dire, lei è rimasta non sorpresa: di più.
Ne è prova questa foto, scattata un anno e oltre dalla data del suo compleanno: i personaggi principali stavano là, conservati nel suo frigorifero come qualcosa di prezioso, di unico. Come un atto d’amore.


Aho! Non sbirciatela troppo, eh? 


Detto memorabile del giorno
Le Belle Arti sono cinque, e cioè: la pittura, la scultura, la poesia, la musica, l'architettura.

Quest'ultima ha per ramo principale la pasticceria.
Marie-Antoine Carême

Oggi ascoltiamo
ABBA - The way old friends do (Live at Wembley, 1979) 
http://www.youtube.com/watch?v=rK8MdA2C5r0&feature=related

(1) Ne avevo accennato qualcosa qui.
È un libro, questo, che rimane nell'anima.
Per la sapienza narrativa di Goliarda, che costruisce un romanzo "ottocentesco" con una levità che fa dire, arrivati all'ultima riga: e adesso?... Possibile sia già finito?
Per la forza dei personaggi, tutti intrisi di quella sicilianità palpabile che però diventa facilmente universale, come ci insegnò bene papà Pirandello.
E, prima tra tutti, per la vera eroina del Novecento: Modesta. La quale, a dispetto del nome, lotta fin da piccola contro un mondo di pregiudizi: quelli che nella Sicilia maschilista del tempo erano catene da cui una donna non poteva facilmente liberarsi, ma anche quelli dell'Autorità, qualunque veste essa assuma (una tonaca religiosa, una camicia nera o rossa, o la veste più pericolosa e suadente: quella di chi ci ama).
Un libro che resta nell'anima perché ha una morale di fondo semplice ma proprio per questo spesso trascurata dagli sguardi che vedono troppo lontano, all'orizzonte  o verso l'alto: nella nostra unica vita la gioia è un'arte che si impara, giorno per giorno, sbagliando mille volte ma sfidando con tenacia quelli che sono gli ostacoli che si frappongono tra noi e la realizzazione di noi stessi.
I nosti stessi timori in primo luogo.
Goliarda Sapienza, L'arte della gioia, ed. Einaudi.

lunedì 9 luglio 2012

L'umiltà nel piatto

Ovvero: Panzanella di fagioli

La settimana scorsa ho preparato la crema di fagioli con code di mazzancolle, ma non ho poi spiegato perché insistevo nel fatto che l'acqua di cottura dei fagioli (come delle verdure in generale) non venisse buttata.
Per farlo devo raccontare qualcosa di me... no, non temete, non farò un monologo alla Agrado.
Non sono mai stato camionista. E non sono (ancora...) una puttana.
La mia è una storia, in fondo, semplice e comune, quella di una persona nata a metà degli anni Sessanta, in pieno boom economico, con il suo delirio del consumismo alla portata di (quasi) tutti, con il suo proliferare degli oggetti in plastica, con la nascita di nuovi bisogni che solo la produzione spinta sembrava poter soddisfare.
Quando mangiare la carne più di una volta alla settimana cominciava a divenire l'insana abitudine per esorcizzare povertà passate; quando le cose fatte in casa erano subdolamente minacciate da nuovi preparati dipinti come più veloci, sani e nutrienti; quando fare le vacanze non era ancora Santo Domingo ma, nella migliore delle ipotesi, San Benedetto del Tronto...
Ho vissuto quel periodo come se fossi immerso in un'altra mentalità, più da osservatore che da sfrenato consumatore, dato che i miei erano di una generazione che alle suadenti lusinghe del consumismo cercava in primis la stabile certezza di poche cose ma sicure.
Una famiglia semplice, di estrazione che in un gergo caduto quasi in disuso si sarebbe detta proletaria.
Famiglia credente ma strenuamente convinta che il progresso, il riscatto e la giustizia fossero dalla parte del popolo.
Famiglia di idee piccolo, piccolissimo borghesi, come molti del popolo, e molti di quella generazione; con il senso d'inferiorità e di inadeguatezza di chi "non ha studiato", le idiosincrasie e quel "senso del decoro" un po' alla buona, a portata d'una classe modesta.
Roma (anzi, la perferia romana) non era più quella di "Poveri ma belli", semmai lo fosse stata mai; era sempre di meno quella di Pasolini e delle borgate che oggi ci apparirebbero sterminate baraccopoli (sì, anche noi abbiamo avuto le nostre favelas, e ora chi lo dice a chi vagheggia di una fantomatica età dell'oro anni Cinquanta?); né era quella stralunata e onirica di Fellini che pochi, in quel periodo, hanno vissuto davvero.
Si mangiavano le stesse cose di sempre, le ricette imparate dalle madri e dalle nonne.
Si faceva così perché si era sempre visto fare le cose in quel modo, e non era semplice avere anche solo l'idea di cambiare. Anche perché poi il cibo era cosa preziosa, e non ci si potevano permettere esperimenti gastronomici. Si andava sul sicuro, insomma.
Anni di merende con fette di pane, olio e sale o, se proprio si scialava, pane, burro e zucchero.
Le creme spalmabili erano merce rara, da spalmare stringendo la fetta per far durare di più il barattolo, nascosto in credenza come nemmeno gli ori di famiglia.
E quando si lessavano i fagioli, per una minesta o una pasta e facioli, restava sempre qualcosa per una cena veloce a base di pane (anche del giorno prima, perché no) imbevuto del sugo saporito e torbido, accompagnato da qualche cucchiaiata di fagioli e un filino d'olio, quello bbono.



Ognuno di noi ha la sua maddalenina, come il Marcel de "Il tempo ritrovato" di Proust...
Può essere il ragù domenicale, quello che iniziava alle otto del mattino per avere la sua apoteosi giusto all'ora di pranzo; può essere la sfoglia tirata abilmente a mano da una nonna, che la lasciava ad asciugare sulla spianatoia, sorvegliando che i pupi non la sbocconcellassero pezzetto per pezzetto; può essere la crema che ci veniva preparata in occasioni speciali, e che sembrava un prodigio della tecnica e una prodezza senza pari quel ricavare da quattro cose scomposte una delizia così sublime...
La mia maddalenina ha il sapore del pane imbevuto nell'acqua di cottura dei fagioli, il pizzicore sottile dell'olio sulla lingua, la sensazione di mangiare niente di che, ma qualcosa di rassicurante e familiare. Come quando mi poggiavo sul tavolinetto piegevole davanti al televisore grande, e in tv trasmettevano "Hai visto mai?"(1)...

Aforisma del giorno
Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste, e nulla più.
Oscar Wilde

Oggi ascoltiamo:
Tim Curry - I'm Going Home - Rocky Horror Picture Show
http://www.youtube.com/watch?v=L1Xn-DWHuuM

(1) varietà del 1973 condotto da Gino Bramieri e Lola Falana.